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mercoledì, 31 gennaio 2007

i pensieri soavi

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Ciao a tutti: sono Silvia.

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Minchia!

2 Marlon, sei invecchiato, non ti riconosco piu, la battuta del burro era nell

No, no: siamo caduti in basso qui: molto in basso. Si tenta di accreditare il classico pregiudizio scolastico (perché proprio nelle scuole gira questo luogo comune) che Giacomo Leopardi non sarebbe stato così pessimista se avesse avuto una donna. Addirittura fare dire minchia a uno dei più grandi poeti di tutti i tempi: colui che davanti a una donna di nome Silvia non ha detto affatto minchia ma ha scritto versi immortali. Laurence ti prego!

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Silvia, rimembri ancora
quel tempo della tua vita mortale,
quando beltà splendea
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
e tu, lieta e pensosa, il limitare
di gioventù salivi? 

Sonavan le quiete
stanze, e le vie d'intorno,
al tuo perpetuo canto,
allor che all'opre femminili intenta
sedevi, assai contenta
di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
così menare il giorno. 

Io gli studi leggiadri
talor lasciando e le sudate carte,
ove il tempo mio primo
e di me si spendea la miglior parte,
d’in su i veroni del paterno ostello
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
le vie dorate e gli orti,
e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
quel ch’io sentiva in seno. 

Che pensieri soavi,
che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
la vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
un affetto mi preme
acerbo e sconsolato,
e tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
perché non rendi poi
quel che prometti allor? perché di tanto
inganni i figli tuoi? 

Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
da chiuso morbo combattuta e vinta,
perivi, o tenerella. E non vedevi
il fior degli anni tuoi;
non ti molceva il core
la dolce lode or delle negre chiome,
or degli sguardi innamorati e schivi;
né teco le compagne ai dì festivi
ragionavan d’amore. 

Anche perìa fra poco
la speranza mia dolce: agli anni miei
anche negaro i fati
la giovinezza. Ahi come,
come passata sei,
cara compagna dell’età mia nova,
mia lacrimata speme!
Questo è il mondo? questi
i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi,
onde cotanto ragionammo insieme?
questa la sorte delle umane genti?
All’apparir del vero
tu, misera, cadesti: e con la mano
la fredda morte ed una tomba ignuda
mostravi di lontano.
 

 

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Meravigliosa, meravigliosa: non è un caso se io e Leopardi eravamo i poeti prediletti di Schopenhauer: il pessimismo, il senso tragico della vita ci accomuna nelle preferenze del grande filosofo che sul dolore della vita ha scritto pagine splendide.

2

E costui chi minchia è?

2 Marlon, sei invecchiato, non ti riconosco piu, la battuta del burro era nell

Harrison, che sei idiota lo sappiamo: ma non sai nemmeno leggere? E' Byron il grande poeta romantico.

2

Anche lui era pessimista perché non aveva donne?

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Ho avuto più donne io, Harrison, di quanto mente umana possa concepire. Ma ciò non ha influito né sulla poesia né sulla mia concezione tragica e pessimistica dell'esistenza. Se valesse il luogo comune che affligge Leopardi, io avrei dovuto essere un inguarible ottimista. E invece...

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Grazie, George Gordon: essere considerati grandi poeti soltanto perché non si ha avuto una donna è un po' deprimente. Tu ne hai avute tante; io no, e come diceva il mio amico Ranieri molto malignamente, sublimavo mangiando gelati e sbrodolandomeli addosso per l'ingordigia.

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Tu sei sublime, Giacomo: lascia pure che dicano. Le malignità sui gelati, le donne che non hai avuto... Le donne che desideravi sono morte e, tranne quella che hai eternato, non hanno più nome. Tu splendi nel firmamento eterno. Di te si saprà sempre. Chi ti deride morrà sconosciuto: tu, invece, vivrai.

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Meraviglioso chiamarsi Silvia quando un così immenso poeta come Leopardi ha dedicato una poesia a una donna di cui sono omonima. Troppo facile dirlo ora, lo so, e così... senza una controprova: ma io a Leopardi, per quei versi che ha scritto... gliel'av...

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No, non dirlo: non è giusto nemmeno dirlo. Basta così.

[Foto di H.Newton tratta dal blog di DianaLove]

postato da: MariaStrofa alle ore 00:42 | link |
categorie: librellule
martedì, 30 gennaio 2007

il leone e maria

 

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Mi hai scassato la minchia con 'sti post. Questa è l'epoca dei raccanzi o romonti. Oggi con un raccontino dei nostri ci fate un romanzo. Un post è un nostro paragrafo. E basta, su...

Vuoi ricordare qualche volta che la lettura è un'altra cosa? Tu fai i posterellini argutini, bellini, con i quadrini, i geipeghìni, ci cì ci ciò, pupù popò! Ma va' un po' a Jasnaia, brutta Poliana! [in russo la locuzione significa ma vai a farti fottere, brutta meretrice!]

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Leone, ti prego: non farmi guerra. Tu sei grande, un sommo. Io scrivo solo menù... Non farmi guerra. Facciamo pace?

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Vabbe', dài, fammi un commento.

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Subito, Leone.

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Segnalo il bel post di Linnio Accorroni pubblicato da caLMa.

postato da: MariaStrofa alle ore 01:01 | link |
categorie: librellule
lunedì, 29 gennaio 2007

la catacresi ha la febbre

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Sull'origine e funzione del linguaggio umano, credo che nessuno potrà mai dire la parola definitiva; sicché, quando mi chiedono che cosa io ne pensi, mi limito a raccontare l’esperienza fatta sul pianeta Erodoto da me esplorato ai tempi in cui ero la vice comandante dell’astronave spaziale De Saussure.

All’inizio della nostra esperienza, ci sembrò di essere capitati in un pianeta di folli. Le persone parlavano tra di loro senza che ci fosse alcuna connessione logica. Nelle piazze, nei locali pubblici e ovunque, c’erano parlottii continui.
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- Ieri sera ho visto un bel programma - diceva uno.
 
- Sì ma c’era troppo aglio nel sugo e l'airone rosa ha problemi di inconscio – rispondeva l’altro.
 
- Bella giornata di sole machiavellico.
 
- No, i pantaloni mi vanno stretti e la catacresi ha la febbre.
 
Se però entravi in un bar e chiedevi un caffè, il barista, dopo averti chiesto se tu lo volessi decaffeinato, macchiato, lungo o normale, te lo preparava aggiungendo bello chiaro: “Ecco il suo caffè”.
 
Dopo alcuni giorni passati a capire se per caso gli erodotiani parlassero in gergo per non rivelare a noi stranieri segreti militari, ricevemmo un invito dal Presidente Chomsky che ci fece visitare le istituzioni più prestigiose della Repubblica di Erodoto. Infine, ci presentò al Segretario di Stato C.S. Peirce.
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“Come tutti i visitatori spaziali che vengono qui" disse Peirce "vorrete sapere qual è la natura del nostro linguaggio e perché la maggior parte dei discorsi vi sembri incomprensibile. Sappiate allora che noi consideriamo soltanto due funzioni del linguaggio: pratica e petale.
 
La funzione pratica ha lo scopo di scambiarsi informazioni utili: dammi il bicchiere, passami il sale, prendi questa spina USB eccetera.
 
La funzione petale, invece, quella che a voi sembra così strana, non è altro che un modo per scaricare dal corpo l’aria che si accumula in eccesso nella nostra atmosfera di ossigeno arricchito. In alcuni casi, per eliminarla, ci si serve dell’orifizio inferiore, in altri casi dell’altro orifizio superiore.
 
La funzione suasoria del linguaggio, quella legata alla retorica e alla dialettica, è da noi completamente misconosciuta. Noi siamo dell'idea che nessuno convince mai nessuno di niente, che il linguaggio crea fraintendimenti più che chiarificazioni, e millenni luce di esperienza ci hanno dimostrato che parlare per modificare l’altrui coscienza, sia in questioni di politica che artistiche o filosofiche, è uno stolto tentativo.
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Tanto vale, allora, dire la prima cosa che viene in mente: si fa meno fatica, ci sono meno sbalzi di pressione, e il fegato non si ingrossa mai.
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Forti di questa consapevolezza, noi ci limitiamo a parlare per dare aria ai denti e parliamo sensatamente soltanto quando il linguaggio serve a scambiarsi informazioni. Qualsiasi tentativo di parlare per convincere qualcuno: che questo libro è bello, che tale quadro è migliore, che un sistema di vita è preferibile, è punito con una reclusione da sei mesi a un anno in una sala di incisione in cui il condannato dovrà cantare, diciotto ore al giorno, tutte le canzoni di Tristina D'Avena, Rino Meitano e Middle Tony."
 
“Una punizione davvero terribile... e mi dica... per eleggere i candidati politici, come fate? Loro non parlano dei programmi? Non cercano di spiegarvi che sono migliori di qualsiasi altro?”
 
"No, i candidati politici li eleggiamo a sorte ogni tre anni, escludendo quelli che hanno già governato. E abbiamo visto che le cose funzionano a meraviglia, o se talvolta non funzionano non funzionano peggio che ovunque."
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[Immagini di pipopipo21]
[Con le sole immagini di pipopipo21 è stato fatto un intero film sul cineblog: qui]
postato da: MariaStrofa alle ore 01:11 | link |
categorie: pesci rossi
domenica, 28 gennaio 2007

falsa interpretazione

Un quadro in un museo è forse la cosa al mondo che ascolta il maggior numero di osservazioni stupide. [Edmond e Jules de Goncourt]

Il ritrovamento di questo aforisma, trascritto su un foglio, tra le carte di Edward Munch ha permesso alla critica d'arte Hilary Goodfellow di reintepretare il significato del famoso dipinto: il suo articolo è stato pubblicato una settimana fa dal News York Time. Ne riporto qui la parte finale:

"Questo porello qui non urla perché rappresenta l'angoscia dell'uomo moderno o l'animo dell'autore, come si è sempre pensato; questo urla perché non ne può più di sentire certe stronzate da parte di critici e visitatori."

postato da: MariaStrofa alle ore 02:48 | link |
categorie: biscotti
sabato, 27 gennaio 2007

Gloria Gaj(a)nor

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"Pronto? Ho un guasto sulla linea ADSL."

"Mi spiace."

"Spiace anche a me. Mi sa dire quando potrà venire riparato?"

"Il guasto?

"Sì, il guasto sulla linea ADSL"

"Non lo so, vuole che le faccia i tarocchi?"

"Tarocchi?... Ma, scusi, questo non è il call center di Wips?"

"No, io sono Arturo Bersaglieri e questa è casa mia."

"Ma ho chiamato il call center, mi hanno detto di attendere... che rispondeva il primo operatore disponibile e mi ha risposto lei."

"Mi girano sempre le chiamate quando sono occupati. Mi danno qualcosa per intrattenere i clienti. Lei vuole ascoltare la musichetta o preferisce parlare con me?"

"No, no, parlo con lei: sono tre ore che ascolto I will survive di Gloria Gaynor... Senta, già che c'è può guardare se mi sono arrivati commenti sul mio blog? Vuvuvùpuntopatapùmpuntosplinderpuntocom."

"Un attimo... Ah ma che bel post che ha scritto."

"Grazie... quanti commenti ci sono?"

"Non ce n'è nemmeno uno."

"Strano... hanno tutti la linea ADSL guasta, si vede... Senta... non potrebbe lasciarmi un commento lei?"

"Certo, ma poi quando sarà riparata la linea ADSL lascerà un commento nel mio blog? vuvuvùpuntociucciaciucciapuntosplinderpuntocom... Prenda nota!"

"vuvuvù ciuccia?..."

"Sì ciucciaciuccia... ciuccia due volte..."

"Secondo lei quando sarà riparata la mia ADSL?"

"Chi può dirlo... non funziona nemmeno a me."

"E allora come fa a lasciarmi il commento?"

"Non lo so: io chiamavo il call center, hanno detto che mi passavano un operatore e mi ha risposto lei. La nuova frontiera del call center, si vede: mettono gli utenti in comunicazione fra di loro. Io, prima, di lei, in questi giorni, ho già parlato con tre casalinghe, quattro infermieri e sei studenti. O cambio gestore o stacco questa cazzo di ADSL. La saluto!"

Dedicato a Gaja Cenciarelli [Sinestetica], alla sua linea ADSL che non c'è più e alle sue fruttuose chiamate con il call center.

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[Foto di Leo]

postato da: MariaStrofa alle ore 03:05 | link |
categorie: biscotti
venerdì, 26 gennaio 2007

la forchetta promessa

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Se le parole non si desemantizzassero (questo inizio ricorda lo scioglilingua Se l'arcivescovo di Costantinopoli) perdendo nelle trasformazioni il significato originale, don Lisander non avrebbe avuto bisogno di chiamare così I promessi sposi: il titolo, more etimologico, suona pleonastico e ridondante. Sposi viene dal latino spondère che significa promettere e i promessi sposi sono i promessi promessi.

L'uomo che sposo non è si chiama scapolo perché è fuggito al cappio (da càpere + s privativo): la zitella, invece, è ancora ragazza (da zitta, forma toscanizzata di citta>piccitta = ragazza)

I coniugi, poi, sono come bovi: per dire delle gioie matrimoniali... perché stanno sotto lo stesso giogo (cum iùgum > coniugare) o sarà perché devono fare atto di sottomissione e passare sotto il giogo?

In cucina si usa dire che un vino ben si sposa a una pietanza (cibo di pietà che si dava in origine ai poveri) e le stoviglie una volta si riponevano nella credenza (mobiletto mobile in cui si chiudeva la vivanda assaggiata prima dal servo per fare la credenza al padrone che la vivanda non era avvelenata).

Una questione di fiducia, come la fede matrimoniale. Queste cose un po' le sapevo.

Finora, però, io non avevo mai nemmeno immaginato che anche le forchette convolassero a giuste nozze. Ma quando ho visto questa pubblicazione qui...

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gaja [sinestetica] comunica a tutti i suoi amici che, per problemi di adsl, non potrà collegarsi fino a metà della settimana prossima. :-!
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postato da: MariaStrofa alle ore 11:48 | link |
categorie: etimi e timi, gabryella senzaqualità
giovedì, 25 gennaio 2007

il sesso dello automobile

In questo post ricordavo che l'automobile era maschile per Guido Gozzano finché Gabriele D'Annunzio non ne cambiò il sesso considerandola femminile.

Per mettere d'accordo Gozzano e D'Annunzio, e per accontentare la moglie Emilia, mio zio Ginesio, che vive in California, ha optato per questa soluzione:

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postato da: MariaStrofa alle ore 20:38 | link |
categorie: biscotti

il libro e il suo doppio

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Molto difficile è stato mantenere il segreto, perché tanta, incontenibile, era la voglia di parlarne quando lo lessi in manoscritto: ora, finalmente, il libro è uscito. E da Adelphi: un romanzo di oyrad (che molti conoscono per il suo blog) con prefazione di Gabriella Alù: la più grande esperta mondiale di Proust dopo lo stesso Proust: citata per tre volte, e non a caso, nell'indice analitico della biografia di Jean-Yves Tadié.

James Zolfo, molti lo ricorderanno, è un personaggio minore del Jean Santeuil : oyrad riprende da Proust soltanto il nome del personaggio, facendogli compiere un viaggio ultraterreno che, secondo John Lanchester (autore di Gola) e critico letterario della London Review of Books, è degno di essere accostato a quelli di Virgilio e Dante (it's very daign to be accosted to Dante and Virgilio's infernal trips).

James Zolfo è un profondo conoscitore di pittura, e tanta è l'immedesimazione con la sua arte prediletta che un giorno, osservando un quadro di Poussin Et in Arcadia ego, ne viene risucchiato diventando un personaggio del dipinto:

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James Zolfo ha così la possibilità di visitare il limbro, il luogo dell'Arcadia dove vivono i personaggi letterari mai nati. Di questo luogo, di cui riferisce anche il vangelo apocrifo secondo Maddalena, avevo già parlato qui.

Non è il caso di anticipare le avventure di James Zolfo nel limbro: quali e quanti personaggi lui incontri in un susseguirsi di vicende (anche molto piccanti) che lo rendono un romanzo tanto avvincente da essere definito sempre da John Lanchester come unputdownable. Soltanto un incontro vale la pena di narrare: quando James Zolfo incontra oyrad.

I motivi per cui anche oyrad è un personaggio dello straordinario romanzo di cui è l'autore si possono leggere nel suo blog.

postato da: MariaStrofa alle ore 18:06 | link |
categorie: cervantite

straordinario guascone

Il post è un omaggio a decablog e al suo:

Bravate

Ludiche di un

Ordinario

Guascone

Un blog divertentissimo frequentato da un manipolo di entusiasti fedeli che apprezzano i suoi calembour, le locandine, le copertine dei libri.

Decablog ha illustrato il mio cineblog con locandine bellissime; ma la sua attività di locandiere comincia molto prima; eccone qui alcune:

 

Un film sulla crisi della coppia

Battaglia di talamo - la

Ed eccone un altro che denuncia le perversioni sessuali

Il bucio nella pancera

Film di denuncia sociale dopo la cattura di Bernardo Provenzano

Il giardino dei finti pizzini

Film inchiesta sul problema degli extracomunitari

Rom città aperta

La Cina produce tutto: così sarà anche per le nostre vecchie favole!

sette nani in Tibet

Decablog si indigna per i finanzieri d'assalto della nostra economia!

Fantasma dell

Contro la monotonia della vita quotidiana

Minestra sul cortile - La

La rivelazione che Dan Brown è un grande umorista!

Comiche da Vinci - Le

Un film sul grande caso sportivo che ha sconvolto il paese calcistico

Juventùs bruciata

Decablog parla della crisi delle vocazioni

Va

.

Un film letterario sulla vita di Petrarca

.

Laureato - il

Le nuove locandine di decablog sono qui.

.

Tutte le altre, here, nella categoria La spada nella doccia.

Sul cineblog, inoltre, qui, tre nuove locandine di Loreto van de Velde.

 

postato da: MariaStrofa alle ore 01:34 | link |
categorie: cineblog

Davide e Golia

 

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Pussa via, moscerino!

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Signor Italo Bignami, prego: insegno letteratura italiana agli studenti.

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Signor Italo Bignami: lei non sa chi sono io!

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Io lo so: lei è il tomo III* M-PD del vocabolario della lingua italiana Treccani.

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Sono di più di questo: tu sai che cosa ha detto Cocteau di me?

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Ne ha dette tante... Che cos'ha detto stavolta, Cocteau? Senta... le dispiace abbassarsi un po'? Tanto ho già visto che lei è grande e grosso e che ce l'ha duro... il dorso. Purtroppo a guardarla mi viene il torcicollo, perciò se desidera parlare con me le sarei grato di mettersi al mio livello senza esibire i suoi muscoli.

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Così va bene?

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Sì, grazie: mi dica che cosa ha detto Cocteau allora.

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Ogni romanzo non è che un vocabolario in disordine: questo ha detto Cocteau. Ciò significa che tutto è in me. Io contengo vaste e ampie moltitudini. Tutti i romanzi sono organismi disordinati che riportano a me. Lei, perciò, che tratta di questi organismi disordinati, riassumendoli, non è altro che un riassuntino dei riassuntini che mi riassumono.

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Signor bel tomo M-PD: me ne sbatto! Gli studenti mi adorano. La star della lingua italiana sono io. Lei è come Gloria Swanson sullo scaffale del tramonto.

Sta lì a far mostra di sé e ogni tanto qualcuno la consulta rischiando di prendersi il colpo della strega, tanto è pesante. Io sono giovane, sto con i giovani, entro nei loro zaini, ascolto l'ipod, gli emmepitré e quando c'è un dubbio mi prendono sempre in mano per accarezzarmi e consultarmi. Lei, bel tomo... ma chi la caga mai?

La Strofa, di lei e dei suoi fratelli, non se ne fa nulla. Lei è solo un trofeo da esposizione: il gusto snobistico di poter dire: Io ce l'ho, il Treccani!

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[Diventando tutto rosso come il dorso dall'ira] Io... io... ti...  ti spie... spie... ti spiezzo in due!

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Ma che cosa vuoi spezzare in due? Rocky Balbetta! Sei così poco abituato a parlare (tanto poco ti consultano) che guarda come ti sei ridotto... Si dice spezzo!

Tu sei un dinosauro e farai la stessa fine dei dinosauri. Vuoi saperne una, eh? Vuoi proprio saperla?

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Co... co... cosa?

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La Strofa ha comprato il dizionario Battaglia della UTET in novantatré volumi! T'è capì? Ormai sei un rudere e pure pesante! Ti metterà in garage. Oppure tu che sei Treccani andrai  a ramengo con i quattro cani di De gregori e insieme farete sette cani per strada il primo è un cane di guerra che nella bocca ossi non ha! Barbùn! Io, invece, io, etterno, duro...

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[Molto provato... ansimando... ] Tu non puoi dirmi questo: io... faccio parte della grande enciclopedia nazionale: non sei gentile a dirmi questo.

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Certo che non sono Gentile Giovanni: è stato lui a farti mica io. [urlando a mo' di slogan] Vocabolario, fascista: sei il primo della lista!

[Mentendo spudoratamente] Dài scherzavo, tu sei grande, sei un gigante. Senti... potresti mica chiedere al tuo fratello tomo II D-L una fionda?

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Sì, certo... Eccola... ma dammela indietro presto: non vorrei che la Strofa si accorgesse che manca proprio la fionda tra le mie pagine..

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[Il Bignami prende la fionda e la punta contro Treccani] La sai una cosa? Io non mi chiamo Italo. Io mi chiamo Davide! La vedi questa fionda? Beccati questa pietra nell'occhio centrale!

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Che male... Ma cosa hai fatto?... Mi hai bignamentito, traditore... oddio... muoio... muoio... [Muore!]

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E' morto. Sic transit gloria mundi... Quest'altra volta leggiti la Bibbia, ignorante, anziché illuderti di sapere tutto. Io so molto più di te. Nel mio piccolo, modestamente, sono un Bibbiabignami. E Dio sta coi poveri.

immagine sottratta al blog Greenwich Village, però col permesso del proprietario

Bravo Bignami, bravo Davide: tutti abbiamo studiato su di te! Bravo. Bene hai fatto a sconfiggere il gigante Golia. Bravo!

Sono Loreta van de Velde: bravo Davide Bignami. Anche noi giovani studiamo ancora su di te. Bravo Davide. Bravo!

2 Marlon, sei invecchiato, non ti riconosco piu, la battuta del burro era nell

Sì, era un tomo francamente insopportabile. Però gioire per la sua morte... D'altronde è sempre stato così. A scuola il Bignami vince: strano però che nessuno studente abbia mai dato vita al movimento letterario del Riassuntismo...

postato da: MariaStrofa alle ore 00:32 | link |
categorie: librellule
mercoledì, 24 gennaio 2007

il cavallo in una stanza

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Che cosa fosse accaduto, e perché, non sapevo, ma quando scrissi la parola cavallo (volevo scrivere un racconto su un cavallo e scrissi cavallo senza nemmeno metterci l'articolo), intravidi un'ombra gigantesca con la coda dell'occhio, sentii un nitrito equino, mi voltai subito a sinistra, e vidi un cavallo pezzato incastrato tra le pareti della mia stanza.

Il muso appiattito contro la finestra, da non potere nemmeno guardarci in bocca,  e le chiappe serrate dalla parete opposta. Non poteva muoversi. Può darsi che anche lui avesse preso paura a vedere me perché sul pavimento c'era una torta cavallina di mezzo metro di diametro che fumava come un turco.

A parte il coccolone di vedermi lì un cavallo al quarto piano di un condominio, mi sembrava cosa buona e giusta portare il cavallo in zona più sicura. Ma come fare? Non era facile telefonare ai pompieri o ai caramba e dirgli che avevo un cavallo in casa. Come c'era arrivato?

Se gli avessi detto che l'avevo fatto apparire per averlo scritto sulla tastiera, sarei finita dritta a un centro di T.S.O. No, no: dovevo liberarmene da sola.

Siccome non sapevo nulla di cavalli, per farmi aiutare, scrissi la parola fantino e arrivò uno stangone di due metri che io non so quando mai avesse fatto il fantino in vita sua, costui. Oddio, vestito da fantino era vestito sì ma non ciavèva per nulla il fisico del ruolo.

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"Io volevo giocare a pallacanestro" mi disse il fantino, scusandosi per l'evidente delusione che leggeva nei miei occhi "ma i miei erano appassionati di cavalli e mi è toccato diventare fantino. Ho vinto solo una gara in vita mia... correvamo in due e l'altro cavallo era un pony drogato."

"Fan certi guasti le mamme" convenni. Capii di avere fatto una scelta infelice a chiamare il fantino. Abitavo al quarto piano, come detto, e anche ammettendo che il fantino riucisse a disincagliare il cavallo arenato nella mia stanza, come sarebbero usciti quei due? In ascensore il cavallo non entrava e di scendere per le scale non era nemmeno il caso di parlarne.

Mentre ero lì che pensavo al da farsi, si aprì una finestrella sullo schermo che diceva:

IL NUOVO PROGRAMMA DI SCRITTURA WORD MAGIC DA LEI INSTALLATO LE OFFRE A DISPOSIZIONE ANCORA DUE PAROLE CREATRICI. GRAZIE PER AVERE SCELTO IL NOSTRO PRODOTTO.

"Prego" dissi io.

Ecco che cos'era accaduto. Ora sapevo a chi dare la colpa di tutte quelle apparizioni.

Di usare il macete invece che la tastiera, non era proprio il caso di parlarne.

Siccome pochi giorni prima avevo già ucciso una marchesa per colpa di Paul Valéry, e molti lettori si erano lamentati, figurarsi quel che sarebbe accaduto se avessi detto che mi ero sbarazzata del cavallo e del fantino facendoli a pezzi.

Un uomo o una donna li puoi far fuori al giorno d'oggi, ma se tocchi un animale per te è finita.

Niente macete: bisognava usare le ultime due parole di Word Magic per risolvere il caso.

Pensai di scrivere ippogrifo, ma c'era il rischio di fare comparire un altro ippogrifo invece di trasformare in ippogrifo il cavallo pezzato. E benché fosse il cavallo magico dell'Ariosto, caricarsi un cavallo con sopra un fantino di due metri e volare fuori dalla finestra, non era cosa nemmeno per lui.

Avrei potuto scrivere ali ma anche qui era una parola troppo vaga: e se invece delle ali equine mi fossero comparse le ali dei pannolini Lines? Secondo me il cavallo avrebbe fatto poca strada con quelle ali lì. Troppo indefinito il vocabolo ali. Avevo soltanto due parole.

Mi venne l'idea di scrivere cavallo finto per annullare il casino in cui mi ero messa: ma mi sarebbe rimasto quel cazzo di fantino in casa. E se scrivevo fantino finto mi sarebbe rimasto il cavallo. Punto e a capo.

Intanto il cavallo continuava a cagare e il fantino diceva che aveva fame e che avrebbe molto gradito una pizza. Provai a chiamare l'assistenza di Word Magic ma gli operatori  del call center erano occupati e alla fine terminò l'orario in cui erano disponibili.

Scrissi centauro con le mani tremanti, temendo che arrivasse pure Chirone, ma fortunatamente, come avevo sperato, il fantino e il cavallo si fusero in un solo organismo. Adesso era il fantino che aveva il viso incollato alla finestra. Uno in meno comunque... Mi restava un'ultima parola. E la scrissi...

In realtà si trattava di tre parole. Le scrissi tutte attaccate sperando che Word Magic me l'accettasse. In fondo non avrei attivato il correttore ortografico.

Erano le tre parole di Coleridge che rivelano la magia delll'arte narrativa, e che ogni lettore dovrebbe avere scolpite sui muri di casa.

Parole che spiegano la disponibilità del lettore a seguire i mondi fantastici di chi scrive, l'apertura di credito che dà chi ascolta una favola, chi crede che esistano altri mondi; la simpatia mentale di chi è disposto a condividere la nascita di Anna Karenina, Pinocchio, Bartleby, Il Grande Inquisitore (e a cui crede, certo, se dedica ore e ore per sapere che cosa sarà di costoro); parole che racchiudono il principio e il senso ultimo di quella dimensione magica così reale chiamata finzione.
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Suspensionofdisbelief

Ecco che cosa scrissi. Come la formula magica mi aveva avvinta nel sortilegio, la stessa formula magica mi aveva reso libera.


 

postato da: MariaStrofa alle ore 00:32 | link |
categorie: cervantite
martedì, 23 gennaio 2007

Orlando incazzato

Dove si spiega il perché Orlando è chiamato furioso.

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Essere o non essere: a chi essere vicini nella libreria... questo è il problema. Se sia più nobile all'Orlando stare accanto al Boiardo o quando la sorella di Maria Strofa ti affianca la Banana Yoshimoto, prender l'armi contro un mare di triboli e riuscire un giorno a strozzare quella baldracca con la fettuccia segnalibro. 

Morire, dormire, sognare forse... e cadendo dalla libreria (sfracellandosi) dirci che poniamo fine alle infinite miserie della carta... Quando Ivan Il'ich anticipò la sua morte perché gli era finito accanto Bruno Vespa. Riuscì a cadere, squinternandosi. E fu sostituito con un'altra copia!... E da allora messo accanto al grande Sklovskij, il biografo di Tolstoj. Morto, risorto, e in Paradiso. Che culo!

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Ludovico sei dolce come un fico...

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William, homo homini lupus in fabula. Stavo parlando con parole tue... e non mi ero accorto che ci avevano messi vicini. Mi inchino al tuo genio.

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Non c'è bisogno che ti inchini. Proprio tu... Cervantes ti lesse in italiano: e ti teneva in conto di libro sublime. Io non ho avuto questo onore. D'altronde, come diceva Flaiano: io non ho letto Omero perché non conoscevo il greco ma nemmeno Omero conosceva l'inglese per leggere me. Non inchinarti, Ludovico...

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Oh, William... ci sono abituato a inchinarmi. Ho dovuto inchinarmi tante volte per togliere gli stivaloni a Ippolito d'Este che inchinarmi davanti al più grande poeta di tutti i tempi è un piacere... Ma che cos'hai? Un sole nella copertina?

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Ce l'abbiamo tutti e due, a quanto pare. O la Strofa l'ha fatto apposta per dire che noi siamo trai suoi astri più luminosi... oppure sa fare fotografie bene come sa disegnare. Hai visto come ha ridotto quel povero Paul Valéry? Be', la Strofa ha usato il flash per fotografarci e ce l'ha sparato dritto in pancia.

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Fotografare? Flash Che cosa significa?

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Hai ragione, Ludovico: fotografia, flash... ai nostri tempi mica c'erano 'ste robe. Sono stato accanto a un manuale della fotografia, per fortuna, e ho avuto modo di imparare: è un congegno che ci riprende e ci restituisce la nostra immagine più nitida e precisa di un dipinto. 

La Strofa ha usato una specie di fiaccola per illuminarci meglio: perciò mi chiedevo se fosse intenzionale o meno. Ma lasciamo perdere. Siamo qui io e te, e figurati se dobbiamo parlare di quella sgallettata della Strofa.

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Senti William, ma a volte non hai dei complessi di inferiorità?

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Io? E nei confronti di chi?

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Da un po' di tempo, capito sempre più spesso accanto a libri di cui le quarte di copertina dicono: invenzione originale, invenzione originale. Ma io e te che non abbiamo mai inventato una storia siamo diventati due deficienti?

Io ho ripreso la fabula dal Boiardo che l'ha ripresa a sua volta da una tradizione popolare: tu a quel che ne so hai preso a piene mani dal Bandello e da altri senza mai inventare nulla.

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Altri tempi, Ludovico, altri tempi: scrivere bene non conta più niente. Ora per affermare la propria individualità bisogna trovare una storia che non sia mai stata scritta. Il mito dell'unicità, della genialità dell'artista che deve fare cose mai fatte prima. Sono tutte stronzate.

Che cosa vuoi inventare? L'animo umano... le relazioni tra uomini e donne sono quelle: l'importante è saperle rendere bene. Tu hai reso divina la storia di Angelica e dei paladini. Nessuno, come pur auspicasti, ha cantato con miglior plettro del tuo. E Omero, allora, che cosa ha inventato anche lui?

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Hai mai parlato con Omero, William?

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Macché... Ci sono stato vicino un sacco di volte, soltanto che l'aedo cieco non mi vede mai, cazzo... E siccome è diffidente... tace perché pensa che qualcuno gli giochi degli scherzi. Omero è incazzoso. Quando sente dire con troppa facilità Questo è il nuovo Proust, quello è degno di stare accanto a Dostoveskij, va giù di testa.

Sicché se uno gli rivolge la parola, pensa che sia magari un poetonzolo che vuole fargli uno scherzo spacciandosi per me. In ogni libreria ci sono dei mostri caro il mio Lodovico. C'è sempre una zia o un cugino che pubblicano un libro di poesie e ti obbligano a metterli sugli scaffali. E come si può fare in questi casi?

Li occulti e li ritiri fuori ogni volta che vengono in casa tua? Troppo scomodo... Una volta, per tre mesi sono stato accanto a Ildegarda Bonomi Stizzoni, amica di scuola di Maria Strofa. Pensa te se questa è vita. Non mi tirava nemmeno più la rilegatura dal tanto che mi cadevano le pagine.

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Sento dei rumori strani. Arriva Cecilia, la sorella della Strofa... 'cazzo fa?... Mi mette le mani addosso... Volo... Puttana Eva... mi ha messo accanto a City di Baricco.

Speriamo che mi torni a spostare dopo che ha trovato quel cazzo di libro in seconda fila!

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Cecilia sposta anche me... Mi sta sollevando, merda... Ludovicoooo... mi senti?... Che bastarda... sto andando verso la Tamaro. Nooooooo... Vado dove mi porta la sfiga!

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William...  William... Dov'è andato?...  L'hanno spostato. Non lo sento più... Cecilia, come cantavano Simon & Garfunkel, you're breaking my balls...  Ha trovato il libro, la Cecilia Strofa: eppur non si muove... non mi sposta. Rimango vicino a Baricco. Scaffale ricco, sì... guarda questo dito: ch'in culo te lo ficco.

E se Baricco mi rivolge la parola faccio come Omero, faccio. Non lo cago neanche di striscio. Fanculo questa vita da libri.

Era meglio morire da piccoli...

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A chi non l'avesse ancora visto segnalo il post di sgnapisvirgola sul meraviglioso libro meccanico, qui.

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Nuova stupenda locandina per il cineblog, here.

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postato da: MariaStrofa alle ore 00:02 | link |
categorie: librellule
lunedì, 22 gennaio 2007

il radiologo Edgardo Alano Poi

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Il radiologo Edgardo Alano Poi considerava la quasi omonimia con lo scrittore americano un segno del destino.
 
Dopo avere letto Filosofia della composizione, un saggio in cui Poe rivela quanta immondizia si debba occultare sotto il tappeto e quali trucchetti e mezzucci preludano alla composizione di ogni opera letteraria, il dottor Poi aveva inventato una macchina per radiografare i libri.
 
Poi diceva che Poe gli aveva insegnato una verità fondamentale: anche ai libri appartiene la duplice categoria dell’essere e dell’apparire: e se l’apparire era stato sviscerato dai critici e vivisezionato nelle storie della letteratura, l’essere dei libri era ancora sconosciuto.
 
Come sono fatti i libri all’interno?
 
Dopo la morte di Edgardo Alano Poi, fu trovato un appunto sulla scrivania che mi è stato recapitato dalla famiglia tramite amici comuni affinché io ne dessi diffusione.
 
Non si sa quanti e quali libri siano stati analizzati dal radiologo. Tutto il suo lavoro è riassunto in poche righe che riporto integralmente:
 
L’interno di un libro è la cosa più spaventosa che sia dato osservare. Lì giacciono i feti di personaggi mai venuti alla luce delle pagine, insieme con personaggi nati e poi disconosciuti.
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Polmoni intasati da frasi di breve e ampio respiro, intestini di paragrafi rinnegati aggrovigliati in grumi mostruosi, scheletri di stesure sovrapposti a formare matriosche orrende; trattini, apostrofi, accenti, virgole, punti che ronzano a sciami infestando i feti e i personaggi mai nati, citazioni di autori, aforismi, massime, che ingrossano il fegato, appunti, brani trascritti da altre opere: un inferno immondo.
 
Io che ho amato così tanto la letteratura non riesco a sopportare questa visione, non riesco più a leggere i mie amati libri sapendo ciò che nascondono nel loro interno. Gli scrittori sono illusionisti che offrono al pubblico un manichino con il miglior costume di scena e il belletto: all'interno del manichino ci sono deformità, cancrena e ogni sorta di malattie.
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“Anche stavolta gliel’ho data a bere” diceva Garcìa Marquez quando il suo nuovo libro incontrava il favore del pubblico: perché lui sapeva…
 
Il libro è un corpo meccanico che dà l’illusione della vita, ma si muove con elastici, viti, giunture approssimative, colla, sputo: e l’abilità del truffatore sta solo nel nascondere tutto questo.
 
Non posso più leggere, non posso più vivere.
 
Edgardo Alano Poi
 
Ho parlato tante volte di libri, ne ho letti e raccolti alcuni... Ma un libro davvero meccanico nel senso più nobile della parola (non certo quello inteso da Poi) è una cosa che non ho mai avuto.
 
Per questo invidio molto sgnapisvirgola e il meraviglioso libro meccanico di cui parla qui.
 
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postato da: MariaStrofa alle ore 01:58 | link |
categorie: biscotti, pesci rossi, cervantite
domenica, 21 gennaio 2007

alle cinque della sera

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Maria scrisse l’incipit del nuovo romanzo:
 
La marchesa uscì alle sei...
 
Tutta contenta, telefonò al suo adorato amico Alfiuccio Homais Squillaci per avere un commento.
 
“Mi spiace” rispose Alfiuccio “ma fa schifo. "E poi... si sa bene che non si può più scrivere una roba del genere.”
 
“Chi l’ha detto?”
 
“Lo dice Breton nel Manifesto sul surrealismo riportando un propos di Paul Valéry. Paul Valéry non voleva più imbattersi in romanzi che cominciassero con frasi come La marchesa uscì alle cinque."
 
“Ma la mia marchesa esce alle sei” obiettò Maria.
 
“Sarà a causa dell’ora legale” replicò Alfiuccio “Ma che importa? Sei o cinque non fa differenza.”
 
“E che cosa me ne faccio allora della marchesa? Posso mica tenerla sequestrata in casa. Anche i detenuti hanno un’ora d’aria.”
 
“Veditela tu con la tua marchesa: io sono d’accordo con Paul Valéry.”
 
[…]
 
“Marchesa” disse Maria “non si può uscire né alle cinque né alle sei.”
 
“Ma io ho un appuntamento con il marchese Bellomo di Pippafratta!” protestò la marchesa.
 
“Telefoniamogli per avvertirlo... Mi dia il numero... Pronto?... Parlo con il marchese Bellomo di Pippafratta?... La signora marchesa è impossibilitata a uscire oggi. Potrebbe raggiungerla qui da me?”
 
“Stavo per andare dalla marchesa ma il maggiordomo mi ha detto che secondo un certo Paul Valéry non posso uscire nemmeno io” rispose il marchese Bellomo di Pippafratta.
 
“Guardi che Paul Valéry parlava di marchesa, non di marchese.”
 
“Non fa differenza: ogni persona ha una parte femminile e una maschile. Ora, come faccio a fare uscire soltanto la parte maschile tenendo in casa quella femminile? Nei libri accade, ma nella realtà… Mica posso fare il marchese dimezzato di Calvino.”
 
“Era visconte quello dimezzato, non marchese” disse Maria.
 
“Visconte o marchese è uguale. Per farlo uscire, Calvino l’ha tagliato a metà: ma io non ci penso proprio a farmi dimezzare. Mi spiace ma non posso uscire.”
 
“Signora marchesa, il marchese Bellomo di Pippafratta non può uscire nemmeno lui.”
 
“Vado a fare un pisolino nella mia stanza. Ho una terribile emicrania. Mi porti il tè fra un’ora.”
 
[…]
 
Maria entrò nella camera degli ospiti con una mazza da baseball. Guardò la marchesa che stava sonnecchiando e le diede due mazzate sfracellandole un po’ il cranio. La marchesa morì sul colpo: il secondo. 
 
'Mica posso mantenere una marchesa in casa per colpa di Paul Valéry' pensò Maria 'Il mio reddito basta appena per me. E non ho intenzione di far la serva di una marchesa.'
 
“Pronto, Alfiuccio… passami Paul Valéry che devo dirgli una cosa.”
 
“E’ uscito alle cinque per andare a casa della marchesa Bellomo di Pippafratta perché lei non poteva uscire.”
 
"Esco subito anch’io" disse Maria. Erano le cinque e cinque. Prese la mazza da baseball e andò dal marchese Bellomo di Pippafratta; abitandogli molto vicino sapeva che sarebbe arrivata prima di Paul Valéry. 'Voglio fare un regalo al marchese e raccontargli tutto.'
 
Prima di uscire, cambiò l'incipit del nuovo romanzo:

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Per la questione relativa alla marchesa delle cinque e Paul Valery, vedere trafiletto a destra, qui.

 


 

postato da: MariaStrofa alle ore 00:19 | link |
categorie: pesci rossi
venerdì, 19 gennaio 2007

padre e figlia

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Madame...

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Signora, prego: non sai leggere?

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Chiedo scusa Signora... Ma siamo stati così tanto tradotti che non si capisce mai in che lingua parlarsi...  Signora... è la prima volta che ci mettono accanto, e grazie alla sorellina Cecilia... Se non fosse stato per l'incidente...

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Non me ne parlare. Guarda: porto ancora i segni della caduta. Due tagli sulla copertina. Adesso quando Maria se ne accorgerà saranno dolori. Ovviamente la sorella negherà. Gira troppa gente per casa... Ma diciamo che nel dis(astro) c'è stato un astro propizio: l'essere collocati così vicini. Io ti devo molto: non a caso mi chiamano Don Chisciotte in gonnella. Non fosse stato per te... Tu inseguivi i mulini a vento, io inseguivo uomini fatti di vento, per vanto...

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A volte ho voglia di stracciarmi dalle carni di carta quel capitolo dei mulini. Estirparlo per sempre! Anche chi non mi ha mai letto sa della storia dei mulini. Tutte le metafore su di me riguardano i mulini. Ci sono episodi altrettanto esemplari ma... Quando l'identificazione è fatta... Un capitolo meraviglioso, sì, ma lo sento come un bubbone. Mi duole...

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Non dirmelo...dal giorno che Flaubert ha detto che lui è Madame Bovary ho perso un sacco di corteggiatori. Ne avrei fatto a meno, dopo le delusioni che mi hanno condotta al suicidio; ma dovendo rinascere a ogni lettura sai bene che fa sempre piacere a una donna il sentirsi ammirata...

Guarda la copertina e dimmi se una signora può avere questi tratti. I baffi... Sembrano i baffi della nostra proprietaria Maria Strofa... Ma secondo te, Maria, è un uomo o una donna?

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Lo chiede a me? Proprio a me che scambiavo Dulcinea per la più bella creatura del mondo? Avrebbe anche potuto essere un un nano malefico e mi sarebbe parsa incantevole: così facile è dare bellezza ai nostri desideri.

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Proust ha detto che non esistono donne brutte ma soltanto uomini con poca fantasia.

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Proust troverebbe bella anche Maria De Filippi? Ho provato a chiederglielo. Ho urlato fino a sgolarmi ma è troppo lontano. Sta accanto a Dostoevskij: d'altronde similis simili gaudet. Una scelta giusta.

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Da donna non so giudicare la De Filippi, tuttavia... mi piace guardare i suoi programmi ogni tanto. In fondo... nihil umani a me alienum puto: Charles, mio marito, Homais, non sono forse personaggi che avrebbero potuto partecipare a C'è posta per te?

Ma mi raccomando di non raccontarlo a nessuno: c'è un tale snobismo in questa libreria che se Henry James sapesse che guardo la De Filippi resusciterebbe dalla tomba per cancellare il saggio stupendo che mi ha offerto. E chissà che cosa ne penserebbe Vargas Llosa che mi ha dedicato L'orgia perpetua.

Mah... fanno romanzi con gente normale, esultano all'idea che la letteratura si occupi di cose normali, plaudono all'ingresso dell'elemento popolare, e poi questa stessa umanità la schifano quando la incontrano altrove. Se tutto non è soffuso d'arte o se la loro conoscenza non avviene con i certificati critici... C'è gente che riesce ad apprezzare le classi cosiddette inferiori e i loro divertimenti soltanto quando li legge nei libri o li vede nei quadri... Io leggevo romanzetti francesi e ora guarda: i grandi intellettuali mi venerano.

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A me lo dici? Il mio creatore, Cervantes è morto nello stesso giorno di Shakespeare. E in Inghilterra, a quel tempo, c'erano certi spettacoli...

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Scusa se ti interrompo... Dicono che Shakespeare e Cervantes sono morti lo stesso giorno, sì, ma pare che questo fatto non sia vero... Cervantes morì il 22 aprile 1616 e Shakespeare il 23 aprile dello stesso anno. In realtà la data della morte di Cervantes dovrebbe essere anticipata di dieci giorni: in Spagna era in vigore il calendario gregoriano e in Inghilterra quello giuliano. L'ho letto in una nota a margine di Amleto e Don Chisciotte di Turgenev.

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Che cultura... E che progressi da quando lei leggeva soltanto romanzetti d'amore... Le ha fatto decisamente bene essere collocata accanto ad altri libri... Ma noi stavamo parlando degli spettacoli popolari, vero?...

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Oui... oh... scusa... sì: mi stanno leggendo in francese proprio ora e mi sono confusa... Ja, wir...o... (mi stanno leggendo in tedesco)... sì noi parlavamo degli spettacoli popolari.

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Sì, dicevo... lei ha una vaga idea degli spettacoli che vedeva la gente dei sobborghi al tempo di Shakespeare...? Di quello che vedevano lui, il Bardo, e Marlowe? E con grande diletto... "Ci saranno orsi in città?" chiede Slender nelle Allegre Comari di Windsor "quel gioco mi piace molto." Shakespeare si interessava sempre di ciò che eccitava le folle.

Di questi spettacoli parla Greenblatt in Vita, arte e passioni di William Shakespeare capocomico, pagg. 184-185, libro bellissimo che spero mi lascino accanto ancora perché devo finirlo. Gliene leggo un brano:

"Alla fine un orso cieco venne legato al palo, e anziché attaccarlo con i cani, alcune creature dalla forma umana e dalle facce di cristiani (essendo minatori, carrettieri e barcaioli) si assunsero il ruolo dei mazzieri, e frustarono l'orso fino a fargli scorrere il sangue dalle spalle. Oppure c'era la variante di una scimmia legata sulla schiena di un pony attaccato dai cani. Vedere l'animale scalciare tra i cani, accompagnato dalle urla della scimmia, vedere i bastardini all'attacco penzolare dalle orecchie e dal collo del pony era molto divertente."

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Ma che orrore!

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Già: eppure le persone che guardavano questi spettacoli e magari ne godevano sono tra le più grandi menti che abbia prodotto il genere umano. Shakespeare e gli elisabettiani... Mi fa ridere quando la gente accusa le persone che guardano la De Filippi di frollarsi il cervello...

Il cervello o è a posto o è già frollato di suo... Un cervello sclerotico non si metterebbe in sesto nemmeno se leggesse Platone, Dostoevskij, Flaubert e Proust tutto il giorno. Leggere e basta è come guardare la televisione è basta: sono due imbecillità simili.

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Già... tutto questo che dici sarebbe entrato nel Dizionario dei luoghi comuni... Senti Don... si è fatto tardi e ho sonno. Io ti voglio bene: basterebbe leggerti, leggerti davvero, per capire che...

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Che?...

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Nulla... o forse basterebbe soltanto il monologo di Qoeleth della Bibbia: dopo quello, ciò che segue è variazione, divertimento, chiosa... ma in quanto a verità... Tutto è vanità... vanità delle vanità dice Qoeleth... Io sono morta per amore, come te del resto...

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Ma il mio non è un romanzo d'amore...

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Come ti sbagli, Donchi... Tu sei il più straordinario romanzo d'amore che sia mai stato scritto. Oh... non ci sono i baci, non c'è il corteggiamento, non ci sono i sospiri... le intermittenze del cuore, gli amplessi in carrozza, ma quale storia d'amore è più bella della tua? L'amore per il genere umano... Volere raddrizzare i torti... Combattere per migliorare gli altri... C'è anche Marx dentro te... L'idea di rivoluzionare la società... E la consapevolezza che tutto è vano. Ogni cosa è in te... Metti in guardia dalla vanità, dall'illusione ma continui a combattere... a ogni lettura.

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Signora...

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Chiamami Emma: io sono tua figlia. Buonanotte Donchi.

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Buonanotte Emma.

postato da: MariaStrofa alle ore 19:22 | link |
categorie: librellule, cervantite
giovedì, 18 gennaio 2007

Roma Cartagine 2 - 0

 

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Chi non ha mai soldi, nemmeno due spiccioli di moneta, dovrebbe prendersela con Giunone invece di accendere un cero a San Gennaro: che se il cero è come quelli di una volta che finivano con una parte verde, quando il cero è finito si rimane appunto al verde... e bonanotte.

Chi è povero, invece di prendersela con Giunone, se la prende con la sfiga (etimo intuitivo) o con il governo ladro.

Piove governo ladro è una battuta a commento di una vignetta che fu inventata da Casimiro Teja, direttore del giornale Il Pasquino, nel 1861, dopo che una manifestazione indetta dai mazziniani torinesi non si era potuta svolgere, non a causa di divieti governativi, ma di un acquazzone. [1]

Mancanza di denari

malattia senza pari

scrive Rabelais in un famoso passo del Gargantua e Pantagruele.

Ciavrà colpa anche il governo ladro, ma è con Giunone che deve prendersela chi non ha moneta.

Di che cosa sia capace Giunone, omnemodo, lo sa bene Enea che avrebbe dovuto fondare Roma. Giunone teneva per Cartagine e pur di vincere il derby non esitò a telefonare a Moggi che poi telefonò all'arbitro Palinuro, buttandolo a mare, in seguito, quando vide che il signor Palinuro non aveva truccato a dovere il derby facendo perdere la Roma.

D'altronde, perché si truccano le partite se non per fare della moneta?

E che Giunone avesse un brutto caratterino lo sa bene pure Giove, anche se il re degli dèi riusciva a essere tutto sommato abbastanza gioviale (il pianeta Giove, dicono gli astrologi, rende serene le persone); Giove dava poco retta alla moglie e si preoccupava come Prodi di entrare meglio... in Europa.

Totti i romani per ingraziarsi Giunone (e per sfotterla che aveva perso il derby con Cartagine) innalzarono statua e tempio a lei dedicati sul Campidoglio. E quella Giunone si chiamò Moneta dal verbo latino monère che significa ammonire o dare consigli.

Poi ai romani venne la bella idea di fare sorgere lì anche la zecca di Stato, e da (Giunone) Moneta a moneta il passo è breve.

Mia madre che era etimologa, quando nacqui, benché fossi femminuccia avrebbe voluto chiamarmi Annibale: sia perché sapeva che ciò mi avrebbe propiziato Giunone sia perché amava terribilmente l'episodio di Annibale che passa le Alpi con gli elefanti di Moira Orfei.

Mio padre. Pietro Strofa, minacciò la consorte di lasciarla senza più una sola moneta se lei avesse osato chiamarmi Annibale.

La mamma, temendo di restare al verde, desistette dal proposito, accasciandosi drammaticamente sulla poltrona di casa dedicata a Giunone. [2]

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"La chiameremo Maria" disse Pietro Strofa "nostra figlia è tanto buffa già da piccola che da grande diventerà di sicuro una marionetta."

E così, per non avere potuto mia madre rendermi propizia Giunone, io non ho nemmeno due soldi bucati di moneta: come si vede dall'immagine.

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[1] GDIDLI di Aldo Gabrielli

Le foto sono di leo, qui il suo blog

[2] La gif, restyling, ecce post, è di gabryella [SENZAQUALITA]

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postato da: MariaStrofa alle ore 20:07 | link |
categorie: etimi e timi
mercoledì, 17 gennaio 2007

a letto con Van Gogh

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Non c'è più come si può vedere. Icaro Involato di Queneau, qui una sua foto tessera, si è involato per la seconda volta. L'avevo messo a dormire nella camera da letto di Van Gogh (nell'immagine si vedono i dorsi dei tre volumi di Tutte le lettere di Van Gogh che ravvicinati, e in ordine, riproducono il famoso dipinto).

Pensavo che nella camera di Van Gogh si sarebbe trovato bene, Icaro: per questo avevo deciso di sovvertire la sistemazione abituale e di inserire un libro fra tre tomi: pratica per certi versi molto sconveniente.

Mi ricordo quella volta che per la fretta ho messo Madame Bovary in mezzo al dizionario Treccani e il secondo tomo D-L, si è alzato un po' più alto degli altri.

Ha avuto come un'erezione. Così ho anche capito qual è la natura delle macchie giallastre che si formano con il tempo nei libri. Ma non digrediamo.

Nel libro di Queneau, il personaggio Icaro scompare dai fogli del romanzo e se ne va in giro: l'autore faticherà un bel po' a ritrovarlo. Tuttavia non avevo mai sentito di libri che si involassero, taccheggiatori esclusi.

Ho cominciato a fare un po' di supposizioni per vedere se capivo dove l'avrei trovato. Ho chiesto a decablog perché lui è esperto di Icari. Si veda infatti il suo divano pieno di Icari impolverati:

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Ma lì non c'era. Avendo i libri in doppia fila, la feritoia della libreria lascia intravedere La vita e le istruzioni per l'uso di Perec. Che cosa mai gli avrà detto Perec sulla vita, da istruirsi al punto di scappare?

Non riuscivo a combinare il puzzle. Ho chiesto a un po' di famiglie vicine: tranne la Sgambelluri Teresa nessuno aveva dei libri in casa, e la Sgambelluri mi ha assicurato che fra i suoi libri di Sveva Casati Modignani Icaro non c'era.

"Allora icaro non è impazzito del tutto" ho pensato.

L'ho cercato dall'Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno e dagli Appennini alle Ande. Be'... l'ho trovato dopo quattro giorni in garage su uno scaffale tra gli ellepì di vinile. Era là appiccicato a un long playing di Al Bano.

Aveva già la copertina mezzo abbrustolita a stare a contatto con l'ellepì. E lì vicino c'era anche Pinocchio che rischiava di prendere fuoco per la seconda volta.

Soltanto quando sono riuscita a farlo parlare (c'è un sistema infallibile, tu fai la domanda contrassegnando le lettere di pagina 15, poi ti sposti a pagina 48 metti il dito sulla pagina che si muove guidata dall'anima del libro come nell'esperimento del piattino).

"Maria, volevo tornare alle origini" mi ha detto Icaro "Sì lo so che sono un metapersonaggio, che non sono proprio l'Icaro figlio di Dedalo. Ho consapevolezza di essere un figlio adottivo e considero Queneau il mio vero padre. Ma io, come tutti i figli adottivi, ho sentito nostalgia dei genitori che mi hanno messo al mondo. Perciò sono andato a cercarli: ho preso la cera di C'era una volta di Pinocchio, mi sono fatto le ali... e ho voluto andare Nel sole... ancora...

A proposito di cera, ora anch'io devo mettere i tappi di cera nelle orecchie perché di notte Icaro involato canta sempre la canzone di Al Bano.

Quando il sole tornerà
e nel sole io verrò da te
un altro uomo troverai in me
e che non può più fare a meno di te.

 

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amo gli accostamenti volutamente eccentrici bizzarri...
naturalmente, Maria ti ho letto ieri sera quando avevi tredici commenti ^_^
però io dico che dopo Al Bano urge un tonificante :-))
ad arte o d'arte

Blogger: Contattami Guarda il medialog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente goodnightmoon88

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Cara Gaja, allora dillo che ce l'hai con il povero Rutger. Sappiate tutti che anche Al Bano gli ha rubato qualcosa, come dimostra la foto.

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postato da: MariaStrofa alle ore 19:56 | link |
categorie: librellule, cervantite
martedì, 16 gennaio 2007

il fornaio sfigato

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S'arresta un automobile fremendo e sobbalzando scriveva Gozzano nel 1911.

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L'apostrofo tra un e automobile non c'è. Io non ce l'ho messo. Ma non ce lo mise nemmeno Gozzano. Nel 1911.

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L'automobile, da maschile che era (un automobile, gli automobili) divenne femminile soltanto nel 1926 per decreto poetico di Gabriele D'Annunzio che in una lettera al senatore Agnelli così disse:

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L'Automobile è femminile. Questa ha la grazia, la snellezza, la vivacità d'una seduttrice, … delle donne ha la disinvolta levità nel superare ogni scabrezza.

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Sarà perché è femminile, allora, che l'automobile ama cospargersi abbondantemente di incenso di Giava [1]

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E chissà se qualche fornaio alla guida della sua automobile, guardando il cruscotto, penserà che detto cruscotto è il pannello che nei mulini impediva alla crusca di finire addossi ai lavoranti.

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Magari lo ferma una pattuglia autostradale che gli dice  "Eccesso di velocità. Lei è in contravvenzione. Sono duecento sacchi."

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"Di farina?" potrebbe rispondere un fornaio confuso tra le preoccupazioni del suo lavoro e il pensiero del cruscotto.

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"Non faccia lo spiritoso. Che fa? Concilia?"

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Il fornaio in automobile, porello, è condannato a non dimenticare mai il suo lavoro: nemmeno se prende una multa. Che se mai avesse studiato etimologia, il fornarino, potrebbe anche dire che tutto quel che sa non è farina del suo sacco: l'ha imparato sul Gabrielli o sul DELI.

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Se poi sua figlia, tornando a casa, gli chiedesse di ripassare il canto dantesco di Farinata degli Uberti, è capace che lui si spari anche nei coglioni a un dato momento. O no?

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Peggio ancora sarebbe per un fornaio di Berlino che guida una berlina (carrozza elegante a cavalli della fine del '600, fabbricata a Berlino)

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Il fornaio è lì, finalmente svaccato, che sta guardano alla tele e suonano il campanello. "Chi è?".

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"Ma sarà uno di Nola" dice la moglie etimologa "Le campane si fabbricavano a Nola in Campania. Chi vuoi che suoni il campanello campano?" "Non è nessuno. Sarà stato un ragazzino di Nola che ha fatto uno scherzo..."

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Il fornaio si rode il fegato, porello: ha fame ma la moglie è rientrata tardi e non ha preparato niente.

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"Vuoi dei fichi?" fa lei.

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"Ecchecazzo, sono io un'oca... un animale... che vuoi ingrossarmi ancora di più il fegato con i fichi? Sono forse uno iecur ficatum? Il mio fegato (ficatum) non vuole fichi!"

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"E allora stasera non ti do nemmeno la fica, deficiente" risponde la moglie etimologa andandosene a guardare la televisione.

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[1] benzina = da *benzoino* (attraverso il francese "benzine") e quello a sua
volta dall'arabo *ban Giawi*, cioè 'incenso di Giava", come gli Arabi
definivano una resina profumata e medicamentosa, estratta da una pianta che
era coltivata in particolare nell'isola di Giava. L'odore caratteristico
dell'idrocarburo liquido, che doveva avere tanta importanza con l'avvento
dei motori a scoppio, richiamò l'idea di quella vecchia resina aromatica,
già nota fin dal Medioevo. [Gabrielli]

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[Il fornaio, tutto infarinato, dalla finestra si è buttato!]

[Le foto sono di leo: il suo blog qui]

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La donna è (auto)mobile:)***  [metallicafisica]

 

postato da: MariaStrofa alle ore 21:19 | link |
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il foruncolo sul cappuccino nella damigiana sotto le stelle

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Supponiamo che questa bevanda non abbia ancora un nome. Che colore ha? Ha un colore che sembra questo (più o meno eh? Non mi è stato possibile trovare la tonalità giusta)

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Ha il colore del saio di un frate cappuccino. Trovato il nome per la bevanda: cappuccino.

E supponiamo di dover dare un nome a questo recipiente:

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magari siamo in Francia e abbiamo una moglie come questa che si chiama Jeanne.

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Vedendo il recipiente diremo "Ma sembra Dame Jeanne" (divenuto poi damigiana)

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Oppure abbiamo una cosa così sulla pelle: un bubbone fastidioso che assorbe la linfa dell'epidermide, che la ruba. E' un ladruncolo, come questo!

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In latino ladro si dice fur, furis e ladruncolo furunculus. Ecco trovato il nome al bubbone della pelle.

Tre verbi che hanno a che fare con le stelle (stella in latino è sidus, sideris)

con-sider-are = guardare insieme (con altri) le stelle

de-sider-are = smettere di guardare le stelle (il de è privativo), sentire una privazione, e quindi, poi, desiderare qualcosa.

as-sider-are = restare fuori di notte sotto le stelle e gelare.

E quindi uscimmo a riveder le stelle.

[Tutte le informazioni di cui sopra, perché questo post è la recensione di una librellula, si trovano qui]

Nella foresta del vocabolario di Aldo Gabrielli. Difficile trovare un libro più delizioso, divertente e utile di questo sull'etimologia.

postato da: MariaStrofa alle ore 01:00 | link |
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lunedì, 15 gennaio 2007

culinaria 2

Ritengo di fare cosa utile e gradita aggiornando il post Signora, lei cucina con il culo, qui, con un nuovo eccezionale documento. Nulla come questa apparecchiata di vivande è adatto a illustrare quali sono i guasti della parola culinaria usata in cucina, specialmente se si tratta di culinaria come questi:

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(geipèg di  sidnapoorsocapo trovato nei commenti di goodnightmoon)

postato da: MariaStrofa alle ore 22:14 | link |
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domenica, 14 gennaio 2007

i testimoni sono coglioni

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Fu senz'altro un genio colui che chiamò testicoli i testicoli. 
Testicolo deriva dal latino testis e significa (piccolo - testiculus) teste, testimone.
 
Ma di cosa mai potrà essere testimone un testicolo? Vi siete fatti la domanda? Datevi la risposta direbbe quel coglione di Marzullo.
 
Il testicolo o piccolo testimone si chiama così perché assiste all’atto sessuale e, porello, non vi prende mai parte. Sta sempre fuori lì, al freddo e al gelo, a volte preme per entrare, ne ha come il disìo… ma non ce la fa. Lui fa il testimone.
 
Il testicolo è costretto a osservare da non protagonista quello che accade tra l’ocazzo e il fodero della spada (la vagina, sì, che significa appunto guaina o fodero perché accoglie lo spadone).
 
Porello il piccolo testimone, e sì che ne avrebbe da dire: se solo parlasse.
 
Oggi eri un campione… oggi hai avuto una praecox, una prece…si vede bene che c’è stata tanta gente prima di noi qui…
 
Sul significato di testimone, tutto scientifico e documentato.
 
Resta invece da spiegare il perché il testicolo si chiami coglione: il DELI qui non ci soccorre. Ma si può andare a intuito per spiegare il senso traslato che il coglione (testicolo) ha assunto nel designare una persona stupida.

Il coglione è un coglione perché resta sempre fuori. Non partecipa mai alla festa.
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Nel 1526 l'Aretino Pietro usò il termine coglione dandogli appunto il significato di stupido.
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Colione (colleone) è documentato nel 1292, e tale appellativo fu dato a Gisalberto Attone che se ne fregiò adottandolo come nome per la casata dei Colleoni; il più famoso della stirpe è Bartolomeo Colleoni, il condottiero che di coglioni ne aveva tre.
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Ecco qui il suo stemma: le donne della casata, più pudiche, non osarono tanto e rovesciarono i tre coglioni nello stemma per dare l'impressione che fossero tre cuori.
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Mentre il DELI tace come incerta l'etimologia di coglione per testicolo, una interpretazione la dà il sito
www.etimo.it ma avviso che tale sito - e lo dico per esperienza -  è attendibile come il pescatore che parla del pesce pescato.
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Perché i coglioni (nel senso di persone stupide) hanno preso il nome dai coglioni? Perché i testicoli sono stupidi e restano fuori come sciocchi guardoni? Si tratta di un'ipotesi. Certezze scientifiche non ce ne sono.
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postato da: MariaStrofa alle ore 22:01 | link |
categorie: etimi e timi
sabato, 13 gennaio 2007

erostratos 7

Diceva Calvino (Italo) che le strutture alimentano la creatività: così è dello scrivere in rima o con un soggetto assegnato, diversamente dallo scrivere a tema libero senza alcuna limitazione prefissata: ciò che a sentire Calvino, almeno, ne paralizzava la fantasia.

Mi rifaccio a Calvino per giustificare il post che segue: avrei dovuto mandare un solo disegno ma il mio template me lo sbatteva troppo in fondo. E non era il caso di vaniloquiare per riempire spazi.

Così ho pensato, in forza della limitazione grafica, di riproporre i disegni di erostratos come sono stati pubblicati nel blog e poi di riproporli a grandezza naturale (possibilità che la mia imperiza non mi aveva consentito la prima volta - ma che ora sono in grado di fare grazie ai suggerimenti di gabrilù): e spero che la limitazione, come dice Calvino, sia stata di giovamento.

Alla fine, perché era e rimane soltanto questo lo scopo del post, il nuovo disegno di erostratos.

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danzacurato

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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postato da: MariaStrofa alle ore 23:32 | link |
categorie: erostratos
venerdì, 12 gennaio 2007

il gioco dell'ocazzo

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Provate a dire che quest'oca da me disegnata non è bella un cazzo e avrò finito di scrivere il post. Quindi, per favore, dite che è bella. E poi, come si vedrà (almeno per le donne) conviene...

A giudicare dal genio popolare della lingua, pare proprio che l’oca non capisca nulla (il nulla non è eufemistico ma intenzionale).
 
Poi, in certi casi, anche un'oca capisce più di un umano, ma questo passa il convento linguistico…
 
Perché di una donna che non capisce nulla (nulla è ancora intenzionale) si dice oca.
 
E a tal punto un’oca non capisce nulla, parrebbe, che ha finito per dare il nome alla parola italiana più famosa, l’interiezione numero uno: il termine di cinque lettere più diffuso in Italia insieme con la pizza (ci sarà una magia interna nella doppia zeta se queste due parole hanno avuto tanto successo… )
 
Siore e siori: il cazzo!
 
Poiché cazzo, a dispetto di fantasiosi tentativi di spiegazione, è accreditato dal DELI (la bibbia etimologica) come ocazzo, maschiazzo dell'oca, con perdita delle lettera iniziale (aferesi dicesi in gergo): stante che è tradizione linguistica designare (spesso) gli organi genitali con nomi di animali.
 
Quindi un’oca che non capisce un cazzo è un’oca che non capisce nemmeno sé stessa: o meglio che non capisce il partner!
 
Resta all’oca (e anche alla donna che oca non è) la grande consolazione che l’ocazzo sia maschile -  e che ci sia una sorta di implicita vendetta femminile nel designare l’ocazzo quale simbolo per eccellenza di ottusità e ignoranza.
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E qui, almeno una volta, non si potrà dire che la lingua è serva della storica dominazione maschile e riflette l’emarginazione della donna.
 
Non fosse altro per il fatto che cazzata è una cosa deprecabile e figata una cosa assolutamente bella. E testa di cazzo è un insulto. E figo è un complimento!
 
Oggi poi si cazzeggia, e anche in questo termine è implicita una nota di biasimo: come di cosa poco importante e frivola.
 
Da rigettare, dunque, stando così le cose, la lamentela femminista che vedrebbe la donna ridotta a oggetto quando l’uomo le fa il classico complimento: che bella figa che sei.
 
Lo faccio presente a tutte le belle fighe che leggono (quelle che leggono qui lo sono tutte): non si adontino se il loro organo ha tale supremazia linguistica da designare il bello mentre quello maschile contrassegna il brutto e l'ottuso. L’(o)cazzo (l’uomo) ha avuto quel che si meritava (forse).
 
E più non dimandare.
 
P.S. ho mangiato una pizza stasera che non era buona un cazzo.
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Tenendo sempre in man per cazzo d'oca.

[da: Il Pataffio di Franco Sacchetti] fotoreportress
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[Speriamo che quella di oyrad, qui, sia più buona!]
.
 

 
ritratto di Monna Ochina del Gozzo (o del Gazzo, o del..beh, il titolo è controverso come del resto l’opera, attribuita a Bernardino de' Conti o al Boltraffio, due allievi di Leonardo, anticipatori del surrealismo) [SENZAQUALITA]
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per il suo prossimo
"tête à... tête de con"
eviti la pizza, suvvìa,

e si conceda delle surreali
"très petits oeufs d'oie",
à la crème, ça va sans dire...

bisousculinaires!
[madeinfranca]
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 Insomma cari blogamici, che ne dite di istituire nella data di oggi il BIRDay??? [meta(llica)fisica]
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Nella riproduzione:
Azzo Ottavo inseguito da Castruccio Castracani
  [LoretoVdV]
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accendigas ocazzi della ditta Alessi [ricevuti da oyrad]
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l'accendigas di Alessi si chiama... Firebird. Stark ovviamente (solo lui avrebbe potuto partorire una roba del genere) [Shelidon]
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A dir la verità l' accendigas "Firebird", uno degli oggetti più astutamente provocatori di Alessi (fra i quali, ad esempio, lo scopino per water chiamato "Merdolino") è disegnato da Guido Venturini.
[oyrad]
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postato da: MariaStrofa alle ore 19:26 | link |
categorie: etimi e timi

senzaqualita: il blog di gabryella

polvere di polvere (in polvere) per allevatori di acari

 

Ringrazio RosaTiziana che me ne ha fatto accorgere. Oggi è il compleanno di gabryella. Ecco il regalo che lei si è fatta. Polvere di polvere (in polvere) per allevatori di acari.

gabryella, qui il suo blog, ha dato al mio tante di quelle cose in illustrazioni e parole che io desidero renderle un ringraziamento pubblico, dirle buon compleanno, e dichiarare (anche se lei si schermirà) che il suo blog, graficamente e letterariamente, è splendido. E non ci sono mai gli acari.

 

postato da: MariaStrofa alle ore 14:26 | link |
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giovedì, 11 gennaio 2007

è una manna? no è una merda!

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Che manna! ho esclamato vedendo questi dolci. Poi oyrad, che mi ha mandato il geipèg, mi ha detto che sono dolci finti di Claes Oldenburg. 
 
Non importa. M'mportava dire che quando si parla di manna si parla d'altro.
 
La manna biblica, come si legge in Esodo 16 (e relative note della Bibbia di Gerusalemme) è la popò di certi insetti che vivono sulle tamerici.
 
E a questo punto mi chiedo se D'Annunzio non avesse in mente questo fatto quando, nella Pioggia nel pineto, scrive: piove sulle tamerici salmastre e arse...
 
Tutti 'sti insetti che cagano è una meraviglia! O Ermione! Che mannone!
 
Perché ciò che piove, appunto, e che fu chiamato manna, è la popo' di questi insetti, minuta e granulosa.
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E che si scioglie al sole, come neve.
 
Se i bambini israeliti abbiano fatto pupazzi di manna non chiedetemelo perché non lo so, ma data la fame non credo proprio.
 
Bisogna(va) mangiarla in fretta, la manna, perché dopo un giorno faceva già i vermi. (Esodo 16, 19).
 
La manna, ci informa sempre la Bibbia di Gerusalemme, si raccoglie a maggio e giugno.
 
Ma la manna biblica, omnemodo, non è solo la popò degli insetti sulle tamerici: è anche rappresentata dalle quaglie che, esauste dalla traversata sul mediterraneo, si abbattono sulla costa a settembre.

Popò di insetti sulle tamerici con quaglie. Questo è l'alimento che, secondo il testo della Bibbia, mangiarono gli israeliti per sopravvivere.
 
Come per il discorso di culinaria, l'uso detta legge. Ma quando vi capita di dire che manna, ricordatevi pur sempre che si tratta di merda. Di insetti, sì, ma sempre merda è.
 
E io, per rifarmi la bocca impastata di manna, mi faccio un bel gelatino.
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O avete in mente una ricettina che possa renderla gradevole?
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P.S. L'etimologia di manna deriva dalla domanda in ebraico man hÅ«? (che cos'è questa cosa?) Si ignora se la risposta sia stata: Merda, che cosa vuoi che sia?
postato da: MariaStrofa alle ore 20:42 | link |
categorie: biscotti
mercoledì, 10 gennaio 2007

signora, lei cucina con il culo

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Sarà una mia fissa, ne ho parlato spesso, ma tutte le volte che sento dire culinaria mi chiedo perché si debbano sempre tirare fuori i culi anche in cucina. E sì che non ce ne sarebbe tutta questa necessità. 

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La mania di prendere voci transalpine è (stata sempre) una tentazione irresistibile per l'italiano: che avrebbe avuto di suo il bellissimo aggettivo cucinario.

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Perché nella parola culinario il culo c'entra per davvero e non soltanto per parentela fonetica.

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Culinaria, preso dal francese culinaire (che l'ha preso dal latino culinarium) deriva proprio dal latino culus - ed ecco qualche esempio di culorum:

 

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Il culo, in cucina, ci è entrato perché anticamente le latrine erano vicine alle cucine e questa presenza del culo ha modificato (deformato paretimologicamente) la parola latina coquïna in culina.

Conciossiacosaché, quando si dice culinario con l'aria di pronunciare chissà quale sofisticata parola, come se cucinario fosse un'offesa, il culo c'è sia foneticamente sia etimologicamente.

È poi vero che mica tutti i culi-in-aria son ugualmente appetibili.

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Ci sono questi:

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ma c'è anche questo!

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Lasciare fuori il culo dalla cucina, è una battaglia persa, ovviamente.

L'uso ha ormai consolidato culinaria e culinario: via libera ai culi in cucina.

Sarà anche vero che le cose uscite dalla cucina escono poi dal culo (quasi sempre) tuttavia un qualche sforzo per lasciarli fuori i culi, ogni tanto, andrebbe fatto.

Hai voglia di dire al pupo mangia le mie squisitezze culinarie con la bocca chiusa, maleducato!

Il pupo, etimologicamente edotto, potrebbe anche rispondere: Ma vaffanculo mamma, stai sempre a parlare di culo anche a tavola? Sei tu la maleducata!

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[culi di Mapplethorpe e culi varii] [culinario - DELI - Zanichelli 1999 - pag 423]

postato da: MariaStrofa alle ore 20:53 | link |
categorie: etimi e timi

il cancello di leo

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Foto di leo, il suo blog è QUI. La foto, molto più bella, è ridotta per ragioni di spazio.
 
Etimologia del verbo cancellare.
 
La parola cancellare deriva dall'abitudine degli scrivani di apporre cancelli sui documenti. Così:
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Si vede bene qui il cancello che si tirava sopra i documenti da cancellare? (Il geipèg stavolta l'ho fatto io! Sarà bello?)
 
Dedico questo post che segue la cancellazione involontaria di altri miei due post a  leo, il suo blog è QUI , ringraziandolo di tutte le foto con cui ho illustrato le mie robe.
postato da: MariaStrofa alle ore 00:29 | link |
categorie: etimi e timi
lunedì, 08 gennaio 2007

c'era una volta la bura

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                                                                   [grafica di hobbs]

Metti che una rivista si chiami buràn
 
Ma ancora prima della rivista… che cosa significa la parola bura (in francese bure)? Una di quelle parole del latino popolare che ha dato vita a una nidiata di marmocchi italiani.
 
La bura è una stoffa grossolana, una tela grezza. Essendo molto robusta e di poco prezzo, fu usata per ricoprire i banchi degli scrivani. Di qui, estensivamente, venne dato al banco il nome di bureau che oggi designa l’ufficio.
 
Dalla medesima parola bura è nato il buratto, lo strofinaccio che serve per asciugare i piatti e che un tempo era usato per setacciare la farina.
 
Il buratto ha dato origine al burattino: nome assunto nella commedia dell’arte da uno zanni che faceva movimenti scomposti in scena agitando il setaccio (buratto)
 
La questione si potrebbe concludere con una specie di racconto minimo.
 
Mentre asciugavo i piatti con il buratto, io, che sono una burocrate, mi sentivo un burattino, pensavo al mio bureau, e cantavo "bura, bura..."
 
Che cosa c’entra la rivista buràn? Mi sarebbe tanto piaciuto che questo nome avesse una parentela con bura  (avrei fatto un figurone con tutta questa schidionata etimologica) e invece buràn significa buriana e deriva dal latino boreas, vento di settentrione.
 
Però che cosa me ne frega se non c’è parentela con bura? L’assonanza, la parentela fonica, c'è, è comunque notevole... e poi tutto questo prologo era soltanto per segnalare la pregevolissima (ma sul serio) rivista buràn. Racconti dal mondo.
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Non mi cale del buratto, del burattino, del bureau e della burocrazia.
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Io leggo buràn perché come dice fuoridaidenti , che la cura insieme con flounder e herzog,  buràn è un carrozzone cigolante, così lo immagino e lo vedo, sa di legni e di spezie, è bruciacchiato, impolverato e macchiato di caffé, e d'olio, e un ragazzino ha appiccicato sotto il tavolo una cicca ciancicata. Iniziativa da seguire con molto interesse.
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postato da: MariaStrofa alle ore 22:28 | link |
categorie: etimi e timi

dell'andare a messa

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Non esiste universo più monoteista e dispotico di un romanzo.
Chi legge compie un atto di devozione.
 
Nessuno può impedire che i personaggi vadano
dove ha deciso l'autore.
 
Anna Karenina finirà sotto un treno. Renzo e Lucia si sposeranno.
 
Qual è il contributo del lettore a questo rito, se non un contributo
religioso?
 
Il lettore sospende l’incredulità e attende la Rivelazione.
O si dichiara ateo e chiude il libro, o crede quia absurdum.
 
La sua possibilità di mutare il corso della narrazione è inesistente;
tutto cio che accade è stato scritto prima del suo atto di fede.
 
Il testo rassicura come un Dio infallibile
onnipotente e immutabile.
 
La scienza ridiscute continuamente le sue scoperte,
ma nessuno potrà mai mettere in discussione
che Renzo e Lucia  si sposano
che D'Artagnan  era un moschettiere
che Molly Bloom alla fine dell’Ulisse dice :  
queste sono verità rivelate e incontestabili.
 
Ma un vero Dio per continuare ad avere fedeli
deve concedere la possibilità di essere reinterpretato.
Il testo è la Bibbia e i lettori sono i cabalisti
che studiano i significati segreti delle scritture.
 
Se Anna Karenina continua a morire, le ragioni della morte sono
storicamente mutevoli.
 
E morta come anticipazione del femminismo
è morta perché era uno spirito libero
è morta per ragioni morali
è morta per ragioni formali del testo
è morta…
 
Anna Karenina muore inesorabilmente
anche se risorge
come un novello Cristo
nell’interpretazione dei neonati alla lettura.
 
La struttura del testo letterario è rigida.
Chi legge ascolta messa.
 
Leggere romanzi non è da illuministi, è un fatto religioso.
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[Riadattamento di un pezzo pubblicato dalLa Frusta]
[La foto è di Leo]
 
postato da: MariaStrofa alle ore 00:02 | link |
categorie: cervantite
domenica, 07 gennaio 2007

foglie

Conversando a cuoraperto
ci siamo asciugati il sangue
come luci di candela
sotto amari calici
privi di ossigeno
chini come tulipani chiusi
morenti in giorni di corto respiro.

Stagno di emozioni in stallo
larvate al contrario
non conformi al nostro ordine
ultimo scorso, non più:
si sta come d'autunno.

In un quieto tono di grigio
si scioglie l'impudenza
la tempra colorata
la matita che ostentava
le rughe agli occhi.

[Questa poesia è di maria strofa ma non l'ho scritta io. L'ha scritta Bruni che scrisse la metà delle circa centocinquanta composizioni  di maria strofa com'era una volta, e che qui compare per la prima volta]

postato da: MariaStrofa alle ore 01:29 | link |
categorie: biscotti

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