Se è vero che un bambino soffre del complesso di Edipo, e invidia il padre che si scopa la mamma, mi chiedo quanti complessi di Edipo ho avuto io nell'infanzia. Duecento? Trecento?
Questa nella foto non è la mamma: è Miss cinema **** e finalista al concorso di Miss Italia **** come si vede qui sotto, tra Ubaldo Lai e Silvio Noto.
Miss Cinema**** faceva la commessa nel negozio di mio padre a Jesolo. Mio padre cambiava due commesse all'anno e Miss Cinema era senza dubbio la più cozza di tutte (iperbole per dire delle altre).
I suoi amici ancora mi raccontano di quando andava alla Mostra del Cinema di Venezia e rilasciava autografi perché lo scambiavano per un attore.
Passavo tutte le estati nel negozio, circondato da strafighe bestiali che per accattivarsi il papi mi facevano la corte: se ne può vedere un saggio qui sotto dove Miss Cinema**** abbraccia Maria Strofa (che in mezzo a tanta bellezza ha declinato di comparire per pudore).
Plurimi complessi di Edipo a parte (mio padre si scopava tutte le mamme stagionali che avevo accanto), sono cresciuto con la convinzione di essere una persona molto bella e affascinante, allevato da strafighe che mi adoravano, sì, ma solo per compiacere mio padre; di conseguenza, subii un trauma notevole quando mi accorsi che, a genitore assente, perdevo il potere di attrarre le donne: le commesse smettevano di pacioccarmi e le ragazzine della mia età non mi cagavano nemmeno di striscio.
Da allora misi quel broncetto tuttora persistente che si può vedere nel template a destra.
Perché poi non erano soltanto le commesse che mio padre rinnovava nel letto con frequenza stagionale, ma eserciti di clienti tedesche, olandesi, che lui riusciva a invitare a cena dopo due secondi che passavano davanti al negozio (e Dio solo sa che non esagero).
Mi ci volle molto tempo per capire che non avevo né il fascino né il fisico del ruolo di mio padre, molto molto tempo. Continuai a lungo a uscire per strada illudendomi che prima o poi qualcuna sarebbe caduta ai miei piedi: ma nessuna cadde mai. Sì, ero caruccio, ma dov'erano quel fascino irrestistibile, quel savoir faire di mio padre? Perché lui aveva la bellezza, il talento, e a me queste cose mancavano del tutto?
E siccome non potevo superarlo su questo terreno (ma che dico superare, nemmeno tentare di emularlo minimamente), mi vendicai di lui nel solo modo che potevo.
Mio padre leggeva qualche libro (ma soltanto se c'era bisogno di conquistare una donna lettrice: le regalava Camus o Sartre e li leggeva pure!). I libri, però (anacoluto), potevo leggerne più di lui.
Cominciai a comprarne e comprarne e ne accumulai tanti (e ancora continuo) per cercare di eguagliare, in numero, le donne che aveva avuto. Sì, nel numero dei libri, almeno, lo superai.
Ero invidioso di mio padre, presi a detestarlo: mi raccontai la fola che è meglio essere colti e intelligenti piuttosto che belli e vanesii. Mi contrapposi al bello come bestia intellettuale: stabilii la predominanza dello Spirito sulla Materia.
Menzogne, placebo, palliativi: influenzato dalle strafighe sin dalla più tenera età, ho desiderato per tutta la vita avere le strafighe del papi; i libri sono stati una misera consolazione, una protesi leopardiana.
Mio padre è morto da qualche anno: fino all'ultimo lo accudirono andando d'amore e d'accordo:
1) mia madre (separata da lui quando avevo 4 anni)
2) la sua morosa (ultima in ordine di tempo)
3) un'altra sua ex morosa
4) decine di ex morose che mi telefonavano ogni giorno per sapere le ultime
E tutte si consolarono a vicenda!
Io non ho avuto il suo genio virile, non ho avuto la sua prestanza, non ho avuto le sue donne, la facile magia delle sue conquiste.
Anche se faccio finta, molte volte, per cercare di convincermene, io non volevo diventare Dostoevskij, Flaubert, Sterne: io volevo diventare mio padre. Volevo essere lui. A me non me ne fotteva un cazzo della cultura, dell'essere intellettuale. Io volevo la figa. E tutta quella che aveva avuto lui.
E così, oltre a non poter essere come mio padre, non sono diventato nemmeno Dostoevskij, Flaubert, Sterne.
Adesso non me ne rammarico. E' passato troppo tempo e guardo a mio padre con la gioia di avere osservato da vicino, di averlo abbracciato (e di esserne stato generato, nonostante tutto) il mito Casanova, il mito Don Giovanni.
E poiché sono ancora invidioso di lui, pur amandolo alla follia in memoria e in effigie, e avendolo amato altrettanto in vita, gli chiedo perdono: non sono nemmeno abbastanza distaccato da riuscire a farne un tipo letterario.
Perdonami, papi: ma eri troppo esagerato nell'essere bello e figo e io non ho il talento che ci vorrebbe per renderti immortale :-)
[Sala d'aspetto del dottor Freud]
- Dottore: da quando sono rimasta vedova, e non trovo altri compagni, ho supplito tutti miei lipidi...
- Sublimato la libido, vorrà dire...
- Sì, sublimato la mia libido, scusi, con la televisione. Soltanto che la RAI e gli altri canali, ora, non mi danno più soddisfazione e...
- Signora, signora, mi consenta...
- Dottore ma chi ha parlato? Questa non è la sua voce. Chi c'è nello studio?
- La televisione, è stata la televisione... ma che strano... si è accesa da sola.
- Signora, sono io, l'Unto: ho sentito tutto... mi consenta... lasci stare il dottor Freud che ne saprà di psicologia ma di televisione non può capirne nulla. Se lei, come diceva al dottor Freud, è rimasta vedova, se non trova più compagnia, e la Rai e gli altri canali non riescono più a soddisfarla, deve fare soltanto una cosa per risolvere il suo problema sessuale. Passi a Mediaset Premium, mi consenta, e si faccia un bel digitalino terrestre tutti i giorni..
- Signora, gran parte del problema è risolto; ma per eliminare a fondo tutte le ragnatele bisogna che lei consideri l'eventualità di ridarla a suo marito o trovarsi un amante.
Casa di bombola
[Qui rappresentata, la scena madre in cui Nora decide di far saltare per aria il suo matrimonio con Helmer]
La mamma accompagna i bambini allo spermatozoo per vedere gli animaletti in gabbia
- Mamma, ma dove sono gli animaletti? Non si vede un cazzo!
Questa natura morta con bucato steso inaugura la corrente artistica del postmortismo reduplicante.
In un genere classico come la natura morta, la composizione include per la prima volta nella storia dell'arte un soggetto che finora era sempre stato caratteristico di un paesaggio o di uno scorcio urbano (il bucato steso ricorda la vita agreste, i bassi napoletani o, genericamente, i piani alti delle case); ma è nella qualifica stessa di natura morta che si compendia il duplice significato: natura morta come forma materico-pittorica di oggetti inanimati e natura morta come natura davvero morta! ma morta - si badi bene - nel momento stesso in cui si presenta alla fruizione dell'osservatore (giacché, all'atto della composizione, la natura era ancora viva).
Poiché se è vero che in una natura morta tutti gli oggetti sono potenzialmente morti (o perché inanimati, come piatti e bottiglie, o perché staccati dall'albero come i frutti) possono purtuttavia darsi nature morte con pianticelle in vaso e dunque assolutamente vive. Qui no: qui è tutto morto.
La corrente artistica del postmortismo reduplicante costituisce atto di denuncia verso tutte le forme coercitive della vita: il rappresentare milioni e milioni di creature vive, proprio mentre stanno morendo, e che - ricordo ancora - saranno morte quando il pubblico potrà prenderne visione, è un grido protomunchiano in favore della vita!
Nell'ipostasi iconografica di tanti organismi morti, la tragedia ha nondimeno il suo momento di catarsi: vita e morte si alternano nella rappresentazione rendendo animato il quadro laddove, iconologicamente suggerita come l'anamnesi di un'idea platonica, l'immagine si reduplica e ricorda che al di là del regno della morte, il quale si aliena e si sublima nella cornice dell'opera (cornice che si fa arida Weltanschauung all'interno della quale germoglierà la sinapsi di una nuova Gestalt), la vita sta prendendo, altrove, forma. Ed è una scoperta peculiare del postmortismo reduplicante alternare il qui e l'altrove, désespoir e speranza, ieri e domani, natura morta e natura viva.
Dice altrimenti, e con ben'altra sintesi, il poeta:
Non pianger sul latte versato
se il preservativo si è bucato
Il mangiatore di fagioli (da Annibale Carracci)
[http://controcorrente.ilcannocchiale.it/]
[Fine sedicesimo secolo]
Alla frutta e mastella: natura morta con governo in coma
[Fine legislatura inizi ventunesimo secolo]
- Venite a visitar Milano!
- Mhhhh, stupìdo: sono proprio ciòrto che nessuno avrà mai il desidòrio di visitarti l'ano... mhhhh...
C’era una volta, verso la fine del ventesimo secolo, l’epoca storica chiamata Ognunofacciailpropriomestière.
I pittori facevano i pittori, gli scrittori gli scrittori e i registi i registi: gli ammiratori d'arte gli ammiratori d'arte, i lettori i lettori e gli spettatori gli spettatori.
Improvvisamente accadde una rivoluzione, e all’epoca Ognunofacciailpropriomestière successe l’epoca Interattiva.
Nelle mostre di pittura, tutti entravano con grandi tele sottobraccio ed erano disposti a dare giudizi sulla mostra soltanto se il pittore era disposto ad ammirare le loro croste.
Ai registi non bastava più fare film e aspettare gli incassi e le critiche: per avere ritorni economici e commenti dovevano, prima della proiezione, passare ore e ore in una saletta a visionare tutti i filmini degli spettatori: filmini di matrimonio, filmini delle vacanze, filmini degli animali domestici, compresi pompini e leccate di figa famigliari.
E agli scrittori non bastava più pubblicare un libro: dovevano, a condizione di venderlo e pubblicarlo, leggere tutti i manoscritti dei lettori interessati al libro.
Mentre nell’età Ognunofacciailpropriomestière chi era interessato di pittura, regia e scrittura, aveva ruoli ben definiti, nell’epoca interattiva tutti erano diventati pittori, scrittori e registi. E anche coloro che scrivevano dei propri foruncoli potevano fregiarsi del titolo di diaristi e memorialisti.
L'età degli AUTORI. Tutti autori: la democrazia perfetta, l'uguaglianza assoluta.
Nelle mostre entravano ormai pochissime persone e al di fuori si sentivano esternazioni di questo tipo:
Il pittore non vuol vedere i miei quadri, perché dovrei vedere i suoi?
Ed ecco allora che le persone si sloggavano, guardando di sguincio attraverso i vetri, oppure si anonimizzavano rendendosi invisibili e riuscendo a guardare la mostra senza essere notati e senza dovere mostrare alcun tipo di reazione.
I registi non avevano più pubblico: nessuno andava più al cinema perché i registi non avevano tempo (il loro tempo andava tutto per fare i film) per visionare i filmini degli spettatori.
E gli scrittori non avevano più tempo di scrivere: dovevano, per essere sicuri che qualcuno leggesse le loro opere, leggere i manoscritti di tutti.
- Ma allora, cazzo, - disse un genio di nome Cacasenno - se le cose stanno così, che per essere considerati bisogna considerare, troviamo un’altra forma intermedia di comunicazione in cui tutti siano titolari e autori e fruitori allo stesso tempo, un sistema in cui chiunque, sia che parli del proprio micino, della vaginite del proprio criceto, o faccia pezzi estetici o vagamente artistici, sia considerato di fatto autore a pieno titolo.
E Cacasenno inventò il blog: ora sì, finalmente, che anche la scrittrice che parlava delle sue mestruazioni, della brioscia che aveva mangiato alla mattina, aveva lo stesso diritto di reclamare l’attenzione di ognuno. Tutti autori, tutti a medesimo titolo fabbricatori di prodotti da valutare.
Rapporto 1:1
Ci fosse stato Dostoevskij vivo avrebbe dovuto commentare, per avere un lettore, la fuffina fuffosa micina pelosa.splinder.com
Una seconda rivoluzione fasulla dopo quella operata dal cristianesimo, avrebbe tuonato Nietzsche. Tutti finalmente scriba, come aveva predetto Cortàzar.
Era nato il blog: la forma di comunicazione in cui tutti sono autori e spettatori allo stesso tempo; ma sono spettatori - si intende - se al contempo sono riconosciuti come autori: senza più suddivisione di ruoli. Vuoi avermi come spettatore, critico, visitatore? Devi essere mio spettatore.
- Ma vaffanculo! - disse qualcuno sul suo blog - Questa forma di comunicazione è profondamente malata. Ci sono soltanto autori che si leggono fra loro: non esiste più come un tempo una classe di consumatori puri. Chi si logga, tranne rare eccezioni, fa subito un blog. Il blog è nato malato, molto malato. Ma vaffanculo: se sei malato, crepa!
- Bravo, bel blog: passa da me - gli rispose un tale leggendolo.


[Sala d'aspetto del dottor Živago]
- Ecco, dottore... non so come dire... il mio... pene... amore... tutto perduto... non avrebbe qualche rimedio per rimettere in sesto il...? So che ci sono certe pastiglie della Pfizer...
- Provi questo, William: è un ottimo prodotto della Mitchell: si chiama Viagra col vento. Ma mi raccomando, perché faccia effetto lei deve prendere le pastiglie blu soltanto dopo aver scoreggiato abbondantemente.
Non ho letto nemmeno questo: come ho già detto altre volte, i libri li compro per fare arredamento, per giocarci, e per i colori delle copertine (al momento mi manca un colore indaco per lo scaffale arcobaleno): però, di quest'altro libro non letto, ne ho letto la prima volta dal lentore, qui.
- Deve dire a quel criminale del suo proprietario di non fare mai più gli orecchioni alle pagine, o tutta la libreria si prenderà l'orchite come lei.
In Germania è già uscito un instant book sul neo segretario del PD che qui vediamo in uno scatto di tendarossa.
Marina Ivanovna Cvetaeva (nata nel 1892 e impiccatasi nel 1941)
Il libro è uno dei più belli e toccanti che mi sia capitato di leggere; me lo segnalò erostratos qualche anno fa.
Morivano uno dopo l'altro, suicidi, assassinati o ridotti al silenzio...
[Appuntamento al prossimo quadro di poeta russo morto]
[cliccare sulle foto per ingrandirla]
[Infernone, Cantone primone, versoni 100,101,102)
Molti son li animaloni a cui s'ammoglia, *
e più saranno ancora, infin che 'l veltroni *
verrà, che la farà morir con doglia.
[* Endecasillabi maggiorati del 75,7%]
.p.s. l'associazione tra veltro e veltroni mi è venuta
dopo che ho visto i risultati, poi, ripensandoci,
ho sospettato che fosse un po' la scoperta dell'acqua calda
e ho controllato su google accorgendomi che era così.
In questo post ci sono spiegazioni sul senso dei versi
originali e un bellissimo riferimento al genitivo
dell'animale veltro che fa appunto veltronis.
Per partecipare al ballo delle debuttanti, la piccola Salomè ha chiesto la testa del suo compagno di banco Giovannino che non le aveva dato un bacetto durante la ricreazione.
Oggi mi sono imbattuto, mirabile dictu, in un blog che parla solo e
soltanto di noi extraterrestri: il blog di cronomoto
.
RAPPORTO
A me piacerebbe sapere questa signora cronomoto qui quando ha visto davvero degli extraterrestri! Ma di chi parla? Ma a chi fa riferimento? Ma di che alieni si occupa?
I casi sono due:
1) o ci ha sognato una notte che aveva mangiato la peperonata
2) oppure, ammesso che abbia conosciuto davvero qualche extraterrestre, deve essere capitata in una camera mortuaria un giorno di funerale: e vai a capire di quale galassia. Nelle galassie che conosco io (e le conosco tutte), una tristezza cronomotica così non c'è nemmeno quando esplodono i pianeti con metà abitanti.
Sentire lei, siamo tutti seri e compassati, con un alone cupo, vagamente jettatorio -sant'Asimov!- che se un giorno dovessimo davvero venire sulla Terra mi figuro già i terrestri toccarsi le balle: Tutti sottoterra, ziocàn, arrivano gli extraterrestri di cronomoto.
Anche io a leggere il suo blog, a un certo punto, mi sono messo a piangere dalla tristezza, e stavo già per suicidarmi cantando un salmo funebre, poi mi è venuto in mente che noi extraterrestri siamo sempre allegri: scopiamo e beviamo e cantiamo funky e hip hop.
Macché: secondo cronomoto, invece, è tutta un'ansia, tutta una sospensione cosmica, tutta un'attesa e un'atmosfera angosciante che se leggi Kierkegaard, subito dopo cronomoto, Soren ti pare un attore di cabaret. Ma anche i buchi neri, guarda, se avessero il link di cronomoto http://cronomoto.splinder.com si metterebbero a brillare immantinente di gioia: perché più nere delle parole di costei non c'è mica nulla nell'Universo.
Chissà che cosa è successo da trasformarla in questa prefica fantascientifica che sparge lacrime per l'Universo: deve essere stato sicuramente un trauma in età adulta; perché se guardiamo una sua foto di bimba (davvero bella, bisogna dirlo), vediamo quanta gioia sprizzi dai suoi occhi: ha uno sguardo rasserenante, i lineamenti sono squassati da una risata incontenibile, una gajezza tipica dell'età: si direbbe che sia appena stata al funerale di Topo Gigio ucciso da Mazinga.
A Cesenatico, nel giro di un mese, furono uccise otto donne. In tutte le vittime, nude e straziate, l’omicida aveva conficcato una stecca di vaniglia nell’ombelico.
- Ci sono - disse l’ispettore Gabriello dopo l’ultimo omicidio - Vaniglia deriva dal latino vagina per la somiglianza del fiore con l’organo femminile. Chi ha ucciso, lo ha fatto per ritorsione sessuale: e la stecca di vaniglia, il simbolo dell’oltraggio, ne è la dimostrazione. Triburzi, bisogna arrestare tutti coloro a cui ultimamente è stata negata la passera.
- Capo, allora come prima cosa mi autoarresto e vado in galera io: mia moglie è due anni che non me la dà.
- Triburzi, non dica fesserie: lei, come i maggiordomi, è al di sopra di ogni sospetto.
- Grazie, capo, ma per fare come dice lei bisogna arrestare mezza umanità.
- E perché, Triburzi?
- Se escludiamo quelli che vanno a puttane, e i coniugi che hanno usufruito di recente della scopata coniugal-trimestrale (quella che lui glielo mette dentro di soppiatto mentre lei guarda Incantesimo con in testa i bigodini) restano milioni di uomini a cui di sicuro non è stata data. Qui bisogna contattare FBI e tutte le polizie del mondo.
- Triburzi, non mi rompa i coglioni: cominci a interrogare le persone, e arresti tutti quelli a cui non è stata data la passera di recente.
Un mese dopo l’ultimo omicidio, si costituì l’assassino: un uomo bellissimo, dal fisico atletico.
- Mi chiamo Girolamo Picchettoni e ho ucciso io le otto donne.
- Per la frustrazione di non scopare? - domandò Triburzi.
- Macché. Quelle otto le ho scopate tutte. No: il motivo è un altro; nessuna di loro sapeva farmi una torta di vaniglia buona come la mia mamma. Meritavano di morire. E la stecca di vaniglia gliel'ho conficcata nell'ombelico a mo' di candelina, come le candeline che mi metteva la mia mamma sulla torta.
- E perché si è costituito? - domandò Triburzi - Noi cercavamo frustrati, segaioli, gente che non scopava da un pezzo.
- L’altro ieri è venuta nel mio negozio Calpurnia Salgàri, la fidanzata dell’ispettore Gabriello. Io vendo busti e accessori intimi femminili. La Signora cercava una guaìna contenitiva. Le ho dato la più bella, e, mentre gliela impacchettavo, la signora Calpurnia mi ha guardato dicendo:
"Lei sa che guaìna deriva da vagina? Anticamente la vagina era il fodero della spada e la spada si infilava nella vagina. Poi, il commediografo Plauto cominciò a usare vagina nel senso osceno che ha ancora oggi. Mi scusi, sa, deformazione professionale… Il mio fidanzato mi fa sempre una testa così con l’etimologia..."
Mentre parlava, la signora Calpurnia ha preso un cioccolatino di vaniglia, di quelli in omaggio sul bancone, e scartandolo, mi guardava con occhi terribilmente maliziosi… "Anche vaniglia deriva da vagina" ha sussurrato... Ho capito che era lì apposta, che Gabriello l’aveva mandata per farmi sapere che lui sapeva; lui sapeva che ero io l'assassino della vaniglia. E allora, non restava che costituirmi.
- Ma è vero, capo? - domandò Triburzi. - Ha mandato lei Calpurnia?
- Certo che è vero - disse Gabriello, mentendo spudoratamente - Avevo indicato una falsa pista, ma io seguivo quella della guaìna, anticamente il fodero della spada, come è stato detto. Ho mandato io Calpurnia in tutti i negozi di intimo, visto che a Cesenatico non ci sono negozi di spade.
“Bastardo fetente” pensò Triburzi che non aveva di certo abboccato “Non sarebbe mai riuscito a risolvere questo caso, ma ha così tanto culo che Calpurnia, pur senza volerlo, è riuscita a farlo per lui. Quella Calpurnia voleva di sicuro farsi il bel bustaio, viste le allusioni e gli ammiccamenti, ma quel deficiente ha fraintesto, si è impaurito ed è venuto a costituirsi. Che culo, dannato ispettore."
Gabriello aveva il viso raggiante, e continuò a gongolare anche in conferenza stampa: ma i suoi pensieri erano cupi e foschi: "Appena vado a casa la sistemo io la Calpurnia..."
- Dottore... ma io ero venuta soltanto per la mammografia. Il PAP test l'ho fatto quindici giorni fa.
- Si tratta di un nuovo PAP test, Signora. Il vecchio PAP è un esame biologico e PAP l'abbreviazione di Papanicolau, il medico greco americano che l'ha inventato. Il nuovo PAP, invece, è un esame elettronico e PAP l'acronimo di Porta a Porta. Non è nulla di pericoloso; ora le faccio vedere. Mi segua di là.
- Ecco, Signora: adesso la lascerò da sola a guardare la televisione. In qualunque momento lei ritenga opportuno sospendere la seduta, suoni il campanello e mi chiami.
[Il programma Porta a Porta è diviso in due parti: nella prima metà si parla di Cogne, nella seconda metà di Garlasco. La signora suona il campanello a programma concluso]
- Mi dica, Signora: ha guardato proprio tutto il programma?
- Sì.
- Senza mai cambiare canale?
- Mai.
- E le è piaciuto?
- Sì, dottore.
- Non ha avuto giramenti di testa? Dolori allo stomaco? Nausee? Voglia di essere altrove? Anche solo per un secondo?
- No, dottore