"Vostra Signoria, - disse Sancio "che cosa è successo? Niente più barba e baffi, capelli lunghi, ma un volto glabro e gentile... voi siete..."
"Una donna, Sancio, una donna. Gli incantatori e i maghi hanno smesso il sortilegio che mi faceva apparire al mondo con le fattezze di un uomo sui cinquanta anni: robusto, segaligno, di viso asciutto. Eppure, nel primo capitolo è scritto chiaramente che io mi chiamavo Chisciada e che presi il nome di Don Chisciotte dopo aver chiamato Ronzinante il mio cavallo. E io stessa, pur sapendo chi ero, non potevo agire altrimenti. Una donna, Sancio..."
"Ma avreste dovuto dirmelo, Vostra Signoria: se mia moglie sapesse che sono lo scudiero di una donna... Non permetterebbe di certo che io trascorra l'esistenza con voi, le notti insieme..."
"Non potevo fare diversamente, testa di rapa. Nel momento in cui cercavo di rivelare la mia identità, ecco che la mia bocca diceva altro, costretta dagli incantatori e dai maghi a rivelarmi come un uomo."
"Come Maria Strofa?" chiese Sancio.
"Come chi?"
"No, lasci stare Vostra Signoria. Devo avere subìto anch'io il sortilegio di un incantatore perché volevo dire una cosa e mi è uscita una domanda che non avevo nemmeno pensato. Io non so nemmeno chi sia questa Maria Strofa."
"Sarà la serva di un mago, caro amico Sancio: costei lo avrà pregato di accomunare il suo nome al mio in un delirio di megalomania: poiché io diventerò la creatura più immortale fra tutte quelle di cui sarà scritto e apparire accanto a me anche soltanto per errore... Ma chi può dire ciò che accadrà?
Non so quanto gli incantatori mi lasceranno queste mie fattezze. Sono convinta che riprenderò fra poco le sembianze di un uomo, che tu dimenticherai questo episodio e che la persona incaricata di scrivere le nostre gesta non ne farà mai menzione. Ma finché posso parlare, soltanto per il desiderio di dire la verità, senza alcuna aspettativa che essa trionfi...
Io sapevo che erano mulini, Sancio, ho sempre saputo ogni cosa: sapevo ma ero costretta ad agire perché la mia volontà era posseduta. Non c'è bisogno di essere donna Chisciada per sperimentare questo: in ogni storia d'amore è presente la duplicità di cui ti sto parlando. Già mettere al mondo un figlio pare a me l'impresa più donchisciottesca che ci sia: ma gli incantatori al servizio della Natura infiammano i corpi di tanto desiderio che la conoscenza biblica diventa cosa assai vagheggiata.
Se non fossimo vittime di incantamento, zimbelli dei maghi, Sancio, dimmi tu come si potrebbe prendere in mano quell'orrido pisello che ora si indurisce, ora si affloscia, quella biscia fetente che al culmine dell'eccitazione ci sputa in faccia o nella pancia gocce vischiose di latte salato. E, eziandio, lasciare che ci venga infilato dentro...
Non c'è donna che, con il tempo, non finisca con il vedere uno scarrafone nel figlio che ha dato alla luce e un gorilla idiota nell'uomo che le dorme accanto. Rutti, scoregge, tradimenti, mugugni, partite di calcio: trovamene una che non dica eppure lo amo, oh com'è dolce invecchiare insieme, certo, come no, dare la lingua in bocca e sentire la dentiera che traballa, dedicare tutta la vita a una persona per l'incantamento dell'abitudine.
E deve trattarsi davvero di incantamento, se consideri che ogni altro uomo appare desiderabile in un primo momento, come tutti, per poi rivelarsi il medesimo gorilla idiota. Oh, ben lo sapeva Madame Bovary..."
"Chi è Madame Bovary, Vostra Signoria?"
"Madame Bovary c'est moi, Sancio. Vedo nel futuro e so che ci sarà costei a dire di me ciò che non ho potuto dire io per colpa degli incantatori. Tutti gli uomini sono Charles Bovary, grossolani, hanno i peli lunghi nelle orecchie, sono disgustosi, dispotici, ma tutti gli altri non sono da meno... Siamo costrette a innamorarci, Sancio, ad amare e a convincerci che l'amore salverà il mondo. Ma l'amore è il fisico... e tutto il resto sono soltanto scherzetti idioti, dirà Leautaud. I maghi, la Natura, ci obbligano ad amare e finché amiamo difendiamo la nostra scelta con gli incantamenti della ragione..."
"Gli incantamenti della ragione?"
"Sì, Sancio, non c'è incantesimo più orribile di quello a cui si dà il nome di ragione. Una facoltà che non serve altro che a giustificare i nostri obblighi, a cospargere di un velo di zucchero la merda della nostra esistenza, a guarnire di libera meraviglia l'automatismo della vita, l'incantamento che ci obbliga a occuparsi di esistenze altrui. E poi... l'abitudine, l'abitudine... il più grande incantamento che ci sia. Ma questo credo che lo dirà Proust. In amore, nel cosiddetto amore, l'abitudine è il sortilegio più abbietto e feroce.
Che cosa vuoi che sia, Sancio, scambiare i mulini per giganti? I burattini per soldati moreschi? Un gregge di pecore per un esercito? Che cosa vuoi che sia? Mettere al mondo un essere umano e poi curarne un altro... nulla più di questo. Nulla più di questo... Come mi pesa l'elmo di Mambrino..."
"Vostra Signoria, mi pareva che voi foste una donna poco fa ma vedo che siete il Don Chisciotte che conoscevo."
"Che stupidate vai dicendo, Sancio? Andiamo... in cerca di nuove avventure..."
[L'immagine iniziale di Donna Chisciada è mia. L'ho elaborata io con un programma di ritocco grafico.]
"Come hai detto, scusa?"
"Gabryella: volevo dire che era tua ma per colpa di un incantatore, che mi ha fatto un sortilegio, ho scritto che era mia."


- Un gigante!

- Noooo... signoria vostra, nooo...
- Bravi, bravi... Maria, Maria... ancora un altro spettacolo di burattini. Ancora...
No, bambini, adesso è ora di andare a letto.

- Guarda te che vita ci tocca fare... Burattini ci chiamano... Burattini saranno quei libretti del cazzo. Io sono Don Chisciotte... Sancho, Sancho!

- Dica, signoria vostra...
-
- Andiamo a dormire, sono tutto rotto... Ti dirò che anche stavolta, benché sapessi che era tutta una finzione scenica - e che io dovevo fare finta di scambiare un mulino per un gigante... quello che ho visto mi pareva proprio un gigante e niente affatto un mulino.

- Era un gigante, signoria vostra, lo era eccome. Sono i poveri di spirito che vedono il mulino al posto del gigante. I maghi incantatori riescono ancora oggi a convincere i lettori che lei è un pazzo. Poveri lettori: si illudono di giudicare e non si accorgono di essere loro le vittime...
Pure quel Cervantes, quel poveretto che ha raccontato la nostra storia, la più formidabile di tutti i tempi, è stato vittima degli incantatori e, in virtù di un sortilegio, mi ha sempre costretto a dire falsità... Lo hanno obbligato a creare un dualismo tra me e lei che in realtà non c'è mai stato... e tutto questo per mettere ancora più in risalto la pazzia dei cavalieri erranti. Ma non ci sono mai stati mulini, signoria vostra, sempre e soltanto giganti.

- Sempre e soltanto giganti, Sancho... mio meraviglioso scudiero. Chi vede mulini dove ci sono giganti, vada a farsi esorcizzare... o smetta di leggere!
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[Immagine di SENZAQUALITA]
[La foto 7 è stata modificata da un originale tratto dal blog di DianaLove]
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In riferimento al post precedente, Calpurnia Salgari in sereno atteggiamento d'attesa. [SENZAQUALITA]

[Maria Strofa, al centro, incontra nel limbro i personaggi letterari inediti - autoscatto]
Don Chisciotte, Raskolnikov, Madame Bovary, Don Abbondio, Amleto, e tanti altri di questa schiatta sublime, continueranno a vivere sulla Terra quando tutti noi avremo concluso il transito.
Essi furono prima che noi fossimo, ed essi saranno quando noi non saremo più: i personaggi letterari sono immortali e, dunque, più reali delle persone in carne e ossa che affollano il mondo.
E che materiali sono mai carne e ossa, se la carta (e ora anche il più ineffabile bit) riesce a donare l'immortalità all'organismo che ne è costituito?
Dire io vivo, per un essere umano, è un'ipotesi non suffragata dai fatti. La vita è sogno che ci sogna, Volontà Schopenhaueriana che finge di volere, un dagherrotempo sbiadito nell'album di foto nuove: una fugace resipiscenza di infiniti abissi che ci trasse alla luce fredda, e subito freddata, del neon essere.
I morti, anche i grandi autori morti, si dimenticano in fretta: i loro personaggi ne usurpano la fama. La fagocitano e poi la trascendono.
George Steiner racconta di un Flaubert agonizzante che disse: Io muoio e quella puttana della Bovary mi sopravviverà.
Si può dimenticare il nome dell'autore ma un personaggio letterario non si dimentica mai. Conosci il gatto con gli stivali ma che cosa mi dici di Perrault?
E sai di Don Chisciotte, della sua avventura con i mulini: ma ti sfido a dirmi il nome di almeno un mulinaro registrato all'anagrafe.
Perché, perché parli di filantropia, di interesse verso il prossimo, se anche tu conosci soltanto nome e avventure dei personaggi letterari?
I veri padroni della Terra, gli Dèi assoluti: ecce litterariae personae!
Ma se sappiamo che gli Dèi abitano qui con noi e che abiteranno la Terra anche dopo... dove? dove abitano, invece, i personaggi letterari mai venuti alla luce?
I personaggi letterari degli scrittori inediti? Dei manoscrittari?
Quei miliardi di animule vagule blandule che vivono (per ora) o vissero soltanto nel cassetto e nella mente del manoscrittaro?
Qual è la loro sorte? Chi sono? In che luogo si trovano? Che cosa fanno?
A breve darò la risposta. E racconterò del mio viaggio quando li incontrai.
Intanto rivelo soltanto il nome del luogo in cui giacciono: Il LIMBRO.
[rpst]
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Un interessantissimo viaggio per immagini in un altro limbro, qui
Prima di concludere, un piccolo passo indietro. Il luogo dove mi trovavo si chiamava l'Infinito Margine Bianco ed era il luogo di raccolta di tutti i libronauti: quei lettori che, entrati fisicamente nella dimensione libro, ne erano poi stati espulsi per avere compiuto azioni sovversive contro l'ordine costituito del testo.
Io ero entrata nei Promessi Sposi e, per voler proteggere Lucia, avevo cercato di calmare i bollori di Don Rodrigo offrendomi in sacrificio. Ma quando Don Rodrigo tentò di farmi la festa, fui espulsa dal libro e mi trovai nell'Infinito Margine Bianco.
Manzoni non aveva previsto che Don Rodrigo scopasse con me, e il testo non accettava variazioni di sorta.
L'Infinito Margine Bianco è uno spazio che circonda il pianeta Libro; pianeta che gira su sé stesso e intorno al sole come la Terra. Mentre gira, tutte le pagine del pianeta sono aperte. Al confine dei margini di ogni pagina, e cioè a margine dei margini, ha inizio l'Infinito Margine Bianco, uno spazio territorio che che si diparte da ogni pagina estendendosi all'infinito. Da lì non si torna più indietro. Si può soltanto recarsi in un luogo scrincellato a piacere.
Secondo alcuni libronauti, con cui ebbi modo di parlare, esisteva una formula magica in grado di riportare tutto alla normalità. Chi avesse trovato questa formula, sarebbe tornato a casa annullando l'incantesimo senza bisogno di scrincellare eternità nuove. Chi diceva fosse vero, chi la considerava soltanto una leggenda.
Il testo che mi fu dato da scrincellare era una poesia ermetica di tale Rino Guidazzi intitolata:
Non chiedere al semaforo rosso di diventare verde prima che sia concluso il ciclo della sua ipostatizzazione luminosa, poiché anche i semafori hanno un concetto sincronico della trascendenza e sono il diaframma gestaltico della rappresentazione del sé lacaniano.
Purtroppo, il titolo non era scrincellabile per statuto.
Ecco il testo della poesia:
Occasioni
oh
chimere
leggerezza
Ormai ero rassegnata a dover trascorrere tutta l'eternità nell'Infinito Margine Bianco quando, presa dalla disperazione, scrincellai tre parole che erano un atto d'accusa alla mia vita di lettrice. Un epitaffio sulla mia tomba intellettuale. La fine, sì, ma coronata da uno sberleffo.
Scrincellate le tre parole, la cabina cominciò a girare su sé stessa finché io non mi sentii risucchiare da un vortice e, dopo un lungo volo, mi ritrovai a casa mia, nel punto esatto dal quale ero partita.
Quella che avevo scrincellato era davvero la formula magica: la sola formula capace di spezzare l'incantesimo con cui il libro ci attira e ci perde, la formula in cui è racchiuso il senso di tutta la letteratura.
Tre parole: la prima di 5 lettere, la seconda di 3 lettere, la terza di 5 lettere. Chi non riesce a scrincellarle può trovare la formula, qui.

[Immagine di gabryella SENZAQUALITA]
Schopy, Schopy...
Dimmi, Platy.

Mentre la Strofa è impegnata a scrincellare l'eternità, ti va di fare un dialogo?

Ma certo, sai bene che io parlo soltanto con te e Kant.

Ho come l'idea che le abbiano riservato l'inferno. Quale eternità rigida e immutabile non verrebbe a noia prima o poi? Metti che la Strofa riceva un testo sufficientemente ampio e riesca a scrincellare ciò che vuole... ma...

Non riuscirà nemmeno a fare questo. Nei limiti di tempo di due ore scolastiche che le sono stati assegnati è impossibile. Avrà sempre il timore di avere dimenticato qualcuno o qualcosa. Un amico di cui non si ricordava al momento, prima di mettere la parola fine... il cagnolino morto. E gli oggetti? La natura umana è fatta in modo tale che anche costruendo un Paradiso, rimpiangerai di non averci collocato il portamatite che avevi sulla scrivania.

Sì, ci sono problemi strutturali legati al testo assegnato e alla possibilità di scrincellarne un'eternità ideale. Mi pare che sia Mark Twain in Viaggio in Paradiso a dire che vivere un'eternità sentendo gli angeli suonare musica celestiale è peggio dell'Inferno.

Ogni cosa eterna è un inferno. In primo luogo non avrà mai tutto, veramente tutto, ciò che vuole; ma anche riuscendo a scrincellare la sua idea di Paradiso, mettendoci il più possibile di cose... Come sopravviverà per esempio al rimorso di non avere resuscitato Giordano Bruno? O tutte le vittime della storia morte ingiustamente? Sarebbe questa la sua idea di eternità felice? Godere gli agi di una vita eterna, ad esempio, tra sesso droga e rock 'n roll, e non fare nulla per risarcire gli umiliati e offesi?

E me e te... ci richiamerà in vita? Avrà parole sufficienti per scrincellare tutti i libri che ha ora? Sopporterà di essersi dimenticata di un libro, anche di uno solo, che non potrà mai più vedere per l'eternità?

Povera stella, non so che cosa accadrà ma tutto ciò che le è capitato assomiglia a un incubo dal quale non so come farà a uscire. O se ne uscirà, dovrà vivere un'eternità da lei scrincellata senza più nemmeno potersela prendere con la Volontà o con ciò che altri chiamano Dio.

L'idea di felicità che c'è nel mondo terreno non può essere trasportata in un'eternità che non la rende ipso facto possibile: visto che la felicità umana è connaturata alla precarietà dell'esistenza. In un'eternità ideale non esisterebbe nemmeno la felicità. Che cosa scrincellerà mai?

Vorrei saperlo anch'io. E gli altri, al posto suo, che eternità scrincellerebbero?... Mi pare che abbia ricevuto il libro ora... vediamo...
(continua)
"Tu sei sicura che con questa pozione io riuscirò a entrare nei libri per carpirne i segreti?" chiese Ferrucci alla maga Sabrina Metallicafisica.
"Sì, Paolo, bevine tre cucchiaini al giorno, dopo i pasti, e sarai in grado di entrare nei libri. Potrai carpirne i segreti più reconditi e diventare il più grande scrittore di tutti i tempi."
Finalmente accadde ciò che il manager scrittore di mistery agognava da tempo...
Una domenica pomeriggio, Ferrucci stava leggendo Mistero etrusco a Manhattan di George Falletty quando avvertì un improvviso senso di vertigine.
Ferrucci distolse lo sguardo dal libro, sollevò il capo, e vide Jane Batton che giaceva languida sul letto. Un'imponente cascata di capelli biondi le nascondeva quasi per intero il viso.
Jane, seminuda, indossava un body grigio perla. Le gambe appena divaricate erano tormentate da un tremito impercettibile: un presagio tenue della furibonda galoppata d'amore che avrebbe fatto di lì a poche ore con il suo ganzo James Falloppio.
"Chi sei tu?" chiese Jane Batton vedendo Ferrucci materializzarsi nella sua camera da letto.
"Stavo leggendo di te e del tuo libro, quando ci sono finito dentro" disse Ferrucci.
"Esci subito di qui o chiamo la polizia" strillò Jane Batton.
La vista di quella preda indifesa e impaurita infiammò il desiderio di Paolo Ferrucci che si slanciò sul letto pronto a violentare Jane. Le descrizioni erotiche del libro lo avevano eccitato e ora poteva scoparsi il personaggio letterario in carta e ossa.
Jane cercò di difendersi dall'attacco: agitava le braccia e le gambe, dimenava la testa, ma continuava a rimanere distesa sul dorso, come se il tronco fosse inchiodato al letto.
Jane era vincolata alle leggi del testo letterario, e il testo la vincolava alle lenzuola del letto; l'autonomia motoria di cui lei disponeva era subordinata ai dettami dell'autore e non poteva in alcun modo spingersi sino al punto di operare cambiamenti o mutare radicalmente posizione per difendersi dall'attacco di Ferrucci.
Ferrucci le saltò addosso, ma mentre stava per penetrarla, proprio nel momento in cui il suo giasone stava per immergersi nella colchide, fu risucchiato da una forza possente, e rimase sospeso a mezz'aria come un gatto tenuto per la collottola.
Poi vide le pareti e il soffitto vorticargli attorno, più forte, sempre più forte, quasi che la stanza fosse una lavatrice e Ferrucci si trovasse nel momento di massima centrifuga.
Ferrucci uscì a razzo dalla finestra, volò in aria per circa trecento metri, cozzò contro un palo della luce, cadde svenuto e, quando si risvegliò, si trovò rotto e pesto nella poltrona dalla quale era partito.
Che cosa era accaduto?
L'autore del lbro non aveva previsto che Ferrucci copulasse con un suo personaggio, sicché il libro, nel cui corredo cromosomico erano contenute le informazioni atte a farlo funzionare, di fronte a un corpo estraneo che voleva introdursi e modificare la fisiologia dell'organismo, si era comportato come il corpo umano attaccato da un virus.
Il libro aveva prodotto un potentissimo anticorpo che aveva espulso Ferrucci senza ucciderlo, perché anche la sua morte (per fortuna) non era prevista dalla sceneggiatura del testo.
"La fantasia letteraria è molto più rigida della realtà e non tollera l'intrusione di elementi estranei" si disse Ferrucci vuotando nel lavandino il flacone di sciroppo che faceva entrare nei libri. "Ho molte più possibilità nella vita reale" concluse mestamente.
[L'immagine 1 è di leo, la 2 dal blog di DianaLove, la 3 di pipopipo21]
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Nel blog di unovalelaltro, qui, è stata postata una mia foto in cui sono nuda (come mamma mi ha fatto). Non avrei mai voluto che la mia privacy fosse violata in questo modo, ma ormai che il danno è fatto, e la mia immagine è di pubblico dominio, la ripropongo anch'io.
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Marya desnuda
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[Questo post, per chi non desideri leggerlo, lo si può ascoltare recitato da cassiodorov: qui]
Mia nonna Emilia si ammalò il 5 novembre 1998.
Io non so se sia vero che il romanzo è morto, come si dice da più parti, ma che i romanzi si ammalino, anche gravemente, è fuori discussione.
Mia nonna Emilia non era proprio mia nonna Emilia ma il titolo del mio primo romanzo dedicato a mia nonna Emilia.
Stavo facendo le ultime correzioni a penna quando sentii il manoscritto aumentare di temperatura fino a diventare così caldo che, nel giro di pochi secondi, scottava come una patata bollente.
Appena il tempo di sorprendermi, che il malloppo di carta fu colpito al sistema nervoso; il manoscritto si agitò come un ossesso: pareva che un ventilatore invisibile sparasse violente folate d'aria tra i fogli, mettendoli in tale fibrillazione che gli A4 rimasero per lungo tempo in balia di prolungate convulsioni spasmodiche.
Terminato l'attacco, i margini delle pagine diventarono di colore violaceo; tra le righe, e in qualche caso anche sopra le righe, comparvero dei puntini rossi che si ingrandirono trasformandosi in grosse bolle giallastre destinate a scoppiare in rapida progressione.
Nel saggiarne alcune con la punta di una matita, uno schifoso liquido verdognolo zampillò con tale forza da schizzarmi fin sugli occhiali. Il vetro delle lenti non subì alcun danno, ma il liquido produsse sulla carta effetti devastanti, corrodendola e bucherellandola un po' ovunque.
Quando la febbre, che nel frattempo continuava ad aumentare, raggiunse il punto critico, al romanzo venne una crisi epliettica: le pagine che non avevano mai smesso di tremolare del tutto dilatarono a dismisura le pupille del testo (le o, e gli occhielli di a, e, g, p, q, b ,d).
Dai margini superiori dei fogli, filamenti bavosi discesero a piè di pagina, finché, a conclusione di forti convulsioni in cui gli angoli si ripiegavano e i bordi si increspavano in movimenti ondulatori e sussultori, le pagine si irrigidirono di colpo, facendosi dure e spesse come cartone.
Il mio primo romanzo si era ammalato gravemente. Per fortuna ne avevo una copia sull'arduo disco del computer ma...
(continua)
[Le illustrazioni La scrittura e La serenata dei folli sono di Mila Audaci, portatrice di un blog letterario, qui, molto ma molto raffinato. Suo è anche il blog Libri necessari.]
- Guardi, non ce la faccio più - disse il barone Rigalberto alla grande scrittrice di romanzi rosa Elettra Montaguti Tamarindo.
Il barone Rigalberto era un personaggio così vivo e così ben tratteggiato che non gli mancava nemmeno la parola. Alla sera, Elettra Montaguti Tamarindo, dopo che aveva finito di scrivere qualche capitolo, si intratteneva in piacevole conversazione con il barone Rigalberto la cui vocina sottile ma chiara usciva dalle pagine dei libri.
- Che cosa c'è, barone? - chiese Elettra Montaguti Tamarindo.
- Io devo fare una cagata - disse senza mezzi termini il barone. - Sono anni che non cago, che lei non mi fa mai cagare. Ciò 'na pancia, se vedesse, che scoppia. Per favore, anche se devo conquistare la duchessa Fanfulla de' Sospiri, non mi interessa. Lei mi faccia cagare anche quando sono a colloquio con lei. Mi faccia scoreggiare, faccia ciò che vuole ma io ho questo desiderio. Non ce la faccio più.
Elettra Montaguti Tamarindo era posta di fronte a un dilemma atroce. O accontentare il barone Rigalberto e fargli fare una bella cagata, o mettere fine alla serie che l'aveva resa l'autrice più famosa di romanzi rosa.
Tutto era nato da quando il critico letterario Alemanno Fantaccini aveva stroncato Elettra Montaguti Tamarindo in un clamoroso articolo del Corriere della Sera. Elettra Montaguti aveva fatto l'errore di leggerlo al Barone Rigalberto. Il brano incriminato recitava così:
Ricchi, coraggiosi, belli e spericolati, è proprio al cesso che gli eroi rosa mostrano tutta la loro vulnerabilità. Negli altri generi letterarii, di qualcunque colore, anche se gli autori tralasciano di indicare quando e quante volte un dato personaggio vada di corpo, noi possiamo rappresentarcelo mentre caga senza che, a cagione di ciò, lui perda un'oncia del suo carisma.
Si pensi a Don Chisciotte, per esempio, a Raskolnikov, Renzo Tramaglino, Sandokan, Enea. Ma anche a Padre Brown o al cardinal Federigo: personaggi che rimangono in odore di santità pur tra l'odore dei sanitari.
Si provi a immaginare, invece, quel che sarebbe degli eroi rosa se li si potesse soltanto sospettare di fare la cacca, di sporcare le mutande, di produrre un colore meno pastello. Non esisterebbero più. Diventerebbero troppo simili ai comuni mortali, ai mariti e ai fidanzati dai quali le lettrici vogliono evadere.
Esposte al sole della realtà, le albine creature rosa si brucerebbero la pelle e l'anima dissolvendosi.
- Duchessa Fanfulla - disse il barone Rigalberto - vorrei l'onore di questo ballo, ma prima se permette... devo fare una cagata pazzesca.
Il barone scoreggiò fragorosamente, sorridendo.
Terminate di scrivere queste parole, Elettra Montaguti Tamarindo mise la parola fine al suo ultimo romanzo. Era anche la fine della sua carriera di scrittrice. Ma Elettra aveva scelto la felicità del barone Rigalberto; per quanto fosse un personaggio letterario, lei aveva avuto la forza di accontentare il suo grande amico e figlio.
[Immagini di pipopipo21]
La locanda di gabryella è una storica locanda frequentata da grandi scrittori.
Il servizio e la ristorazione sono ineguagliabili; tutto è sempre filato liscio, tranne qualche piccolo incidente: come quella volta che...
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[Entra Gustave Flaubert] - Ho una prenotazione a nome Flaubert.
Menico [garzone che lavora alla locanda] - Buongiorno Signore: due posti, vero?
Flaubert - No, solo uno.
Menico - Ma qui c'è scritto Gustave Flaubert e Madame Bovary. La prenotazione è per due. Non viene la Signora?
Flaubert - Ignorante: Madame Bovary c'est moi.
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[Entrano i moschettieri] - E' pronto il nostro tavolo?
Menico - Ecco qui, signori: un tavolo per tre.
I moschettieri - Ignorante: noi siamo in quattro.
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[Entra Arthur Rimbaud] - Ho prenotato a nome Rimbaud
Menico - Entri, Signore, e si accomodi: questo è il suo tavolo.
Rimbaud - No, non è per me.
Menico - Non è per lei?
Rimbaud - Ignorante: Je est un autre.
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[Entra un russo]
[Menico, vedendolo, si entusiasma] - Si accomodi, Signor Dostoevskij.
Il russo - Ignorante, io sono il sosia.
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[Entra una compagnia teatrale] - Abbiamo prenotato a nome Artaud.
Menico - Ecco qui il vostro tavolo da venti posti.
Artaud - Ignorante, ce ne volevano quaranta.
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[Entrano un visconte e un cavaliere] - Abbiamo prenotato a nome Italo Calvino.
Menico - Ecco qui il vostro tavolo da due posti.
Il visconte e il cavaliere - Ignorante: ci serviva soltanto mezzo posto.
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[Entra Pirandello]
[Menico, appena lo vede] - Senta lei, io mi sono rotto di fare la figura dell'ignorante. Per quanti dovevo riservare, che non ho mai capito? Per uno, nessuno o centomila? Ma vada un po' affanculo lei e maria strofa. Io mi licenzio.
[Alla locanda succedono anche fatti magici. Il vento le ha preso il cappello, la sciarpa è diventata ala pronta al volo]
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Il geipèg della locanda Senzaqualità, a cui è dedicato il post, è di erostratos. L'immagine, didascalia compresa, è di pipopipo21]
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[entra un uomo barbuto]
menico: - e lei, chi diavolo è?"
ludwig feuerbach: - per il momento sono nessuno, ma appena mi darai da mangiare sarò ciò che mangerò [SENZAQUALITA]
ludwig feuerbach - Ah... un'altra cosa... mi apparecchi anche per Dio che l'ho inventato io.
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[entra Jules Renard]
Menico – Buongiorno, Signore. Il suo nome?
Renard – No, lasci perdere, non ho prenotato. Aggiunga pure un coperto al tavolo di Ferrucci e metta sul suo conto.
Menico – Come desidera, Signore.
Ferrucci – Scroccone!
[erostratos]
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Sempre con Pirandello:
Menico- Lei ha prenotato, vero?
Pirandello - così è, se vi pare.
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[Entra una compagnia un uomo mezzo piegato] - prenotazione a nome D'annunzio
Menico - Ecco qui il vostro tavolo per uno.
D'annunzio- Ignorante, ce ne volevano, Io superuomo e SuperMan
[PassoDiBradipo]
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un tavolo per doctor Jekyll & mrs Hyde
prego>,-))
e che sia un po " nascosto"
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3 posti anche per il dio cristiano, ed altrettanti per charles mingus.
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Ho prenotato per molti e diversi, ma vedo che basta un posto solo. Che inquietudine (F. Pessoa)
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Sono Vladimir, verrei a cena con il mio amico Estragon... può preparare anche un terzo coperto? Sa, aspettiamo un amico.
Permesso?... Posso entrare?
[Una voce dall'interno] Chi va là?

Sono un libro: non è c'è ingresso libro qui? Vorrei entrare.

Ingresso libro ma non libero. Fornisca le sue generalità. A lei chi l'ha scritto?

Egidio Scalzacani. Mi chiamo Allibisce l'allievo nel veder l'alligatore. Non ho diritto di alloggio?

Un attimo che controllo... Il suo nome non risulta.

Be', mi conoscono i parenti dell'autore, la sua morosa, il suo fruttivendolo, una puttana da cui l'autore è andato, l'editore che l'ha pubblicato e sei testimoni di Geova che l'autore ha fatto entrare a condizione che comprassero il libro. Sono un libro, comunque: non ho diritto di alloggio anche se così pochi mi conoscono?

No. La democrazia in letteratura non esiste, sa? Non si può stabilire una carta costituzionale secondo cui tutti i libri sono uguali davanti a chi legge! In letteratura vince il più forte, quello che esibisce muscoli letterari più possenti, che mostra più resistenza nel tempo: quello che oltre ad affascinare i contemporanei, affascina anche i posteri e diventa un classico.
E anche tra i classici ci sono classici maggiori o minori. Qui, dentro le mura della cittadella, Shakespeare alloggia in un castello, Il Ricciardetto di Forteguerri dorme su una branda. Ma ci sono libri anche nelle fogne. Non c'è democrazia in letteratura.

E io dove vado, allora?

Per me può andare anche a farsi fottere: non mi riguarda. Nell'immaginazione tutti sono grandi scrittori: ma non basta. Non ha letto le iscrizioni che sono incise sull'arcata dell'ingresso?

No, sono un po' miope. Che cosa dicono?

Una è di Karl Kraus e dice Chi scrive libri lo fa soltanto perché non trova la forza di non farlo.
La seconda è di Jean de La Bruyère e dice Il merito di certi uomini è scrivere bene; di altri, non scrivere affatto.
Libri ce ne sono già tanti, qui c'è già la crisi degli alloggi. Dovessimo prendere tutti i libri degli scalzacani... Per fortuna ogni tanto diamo lo sfratto a qualcuno: gente come Paul de Koch o Johanna Schopenhauer.
Grande successo all'epoca e oblio nel futuro. Quando sono completamente dimenticati li sbattiamo fuori dalla cittadella e dormono all'addiaccio. Non c'è democrazia in letteratura. Vince il più forte.

E allora io devo... Io sarò...

Sì, deve dormire fuori... Non si preoccupi. Ci prenderemo cura di lei, comunque...

[Dopo un mese] E anche questo Scalzacani è andato... Seppelliamolo, mettiamogli una croce e non se ne parli più.
Post dedicato a Loreto van de Velde che ha composto la foto dell'ingresso libro suggerendomi una storia.
Qui, la locandina di erostratos sulla storia d'amore a 4 tra Gaja, Iannozzi, Angelini e Ferrucci.

geipèg di totascientia (penserEnsuite)
Questo foglio A4 con disegnini originali dell'autore è la sola testimonianza letteraria che ci rimane di Mauriziano Ociciòrnia.
Mauriziano Ociciòrnia (chiamato Mauriziano da genitori reggiani innamorati dell'Ariosto) era accreditato sin da giovane di un grande avvenire letterario. I suoi temi di scuola facevano il giro degli istituti ed erano letti dal Preside davanti a tutte le classi (gli alunni dovevano ascoltarli in piedi).
Memorabile, tra tutti, un suo componimento in cui analizzava l'incoscio dell'orso Yogi sostenendo che Bubu era il doppio di Yogi (non in senso fisico) e che il parco di Yellowstone era la proiezione paradigmatica dell'iperuranio di Platone.
Terminata la scuola superiore, Mauriziano Ociciòrnia decise di scrivere il suo primo romanzo, ma ebbe la sciagurata idea, nel frattempo, di leggere Delitto e castigo, L'idiota , L'adolescente, I demonii, Memorie dal sottosuolo e i Fratelli Karamazov.
Da allora, rimasto folgorato dal grande Fëdor DIOstoevskij, Mauriziano Ociciòrnia non si accontentò più di diventare un grande scrittore italiano: no, benché non conoscesse un solo carattere cirillico, volle diventare un grande scrittore russo.
Il solo foglio di lui che ci è rimasto, appunto, riporta la frase: IO SONO UNO SCRITTORE RUSSO.
Ociciòrnia perse la fidanzata quando insistette a chiamarla Apollinaria Suslova, nome che alla fidanzata Gianna richiamava brutti affari onomatopeici. Passasse per Apollinaria, ma Suslova non c'era verso.
"Io non ti suslo una minchia! Sei uno sporcaccione" gli disse Gianna e lo piantò.
Non diversamente andò con la madre Filomena che Ociciòrnia si ostinava a chiamare babuska (sono la mamma e non il babuska strillava irritata la mamma) mentre il padre Carmelo non ne voleva sapere di essere chiamato starez Zozima, di baciare i piedi a tutti quelli che incontrava e di farsi crescere una barba lunga mezzo metro.
Di Mauriziano Ociciòrnia si sa poco tranne quanto già detto e quanto scritto nel foglio che i genitori mi hanno fatto avere. Chi dice che sia morto in un gulag staliniano, chi sostiene addirittura che Mauriziano scrivesse le poesie per un tale Majakovskij che fungeva soltanto da prestanome.
Se abbia scritto o no qualche libro in russo, dopo avere scritto la frase Io sono uno scrittore russo non ci è dato sapere. Forse un giorno i suoi manoscritti verranno ritrovati: comunque sia, Mauriziano Ociciòrnia, non fosse altro che per quella frase, merita un posticino nella storia della letteratura russa e va accomunato agli scrittori che scrissero in una lingua diversa dalla loro: Conrad, Cioran... e Ociciòrnia, appunto.
Questa biografia biodegradabile è dedicata al blog bilingue, di Liliana Cordovero. Non è un blog bilingue russo-italiano ma spagnolo-italiano.
Trovo straordinario che una persona come Liliana dedichi il suo tempo a scrivere post in italiano-spagnolo: e che con mirabile modestia lo chiami prova di blog bilingue.
Si tratta di post brevi (quelli che io definisco post a misura aurea del blog) ma densi e folgoranti: Borges e Leopardi, post su pittori, sul Don chisciotte, sui luoghi italiani e tanto altro .
Un blog davvero magnifico, qui
E alla fine, per prendere due fave con un piccione (siamo animalisti e i proverbi vanno cambiati), inserisco un'altra meraviglia del francese Leo.
Russia, Francia, Spagna: purché se magna!

Molto difficile è stato mantenere il segreto, perché tanta, incontenibile, era la voglia di parlarne quando lo lessi in manoscritto: ora, finalmente, il libro è uscito. E da Adelphi: un romanzo di oyrad (che molti conoscono per il suo blog) con prefazione di Gabriella Alù: la più grande esperta mondiale di Proust dopo lo stesso Proust: citata per tre volte, e non a caso, nell'indice analitico della biografia di Jean-Yves Tadié.
James Zolfo, molti lo ricorderanno, è un personaggio minore del Jean Santeuil : oyrad riprende da Proust soltanto il nome del personaggio, facendogli compiere un viaggio ultraterreno che, secondo John Lanchester (autore di Gola) e critico letterario della London Review of Books, è degno di essere accostato a quelli di Virgilio e Dante (it's very daign to be accosted to Dante and Virgilio's infernal trips).
James Zolfo è un profondo conoscitore di pittura, e tanta è l'immedesimazione con la sua arte prediletta che un giorno, osservando un quadro di Poussin Et in Arcadia ego, ne viene risucchiato diventando un personaggio del dipinto:
James Zolfo ha così la possibilità di visitare il limbro, il luogo dell'Arcadia dove vivono i personaggi letterari mai nati. Di questo luogo, di cui riferisce anche il vangelo apocrifo secondo Maddalena, avevo già parlato qui.
Non è il caso di anticipare le avventure di James Zolfo nel limbro: quali e quanti personaggi lui incontri in un susseguirsi di vicende (anche molto piccanti) che lo rendono un romanzo tanto avvincente da essere definito sempre da John Lanchester come unputdownable. Soltanto un incontro vale la pena di narrare: quando James Zolfo incontra oyrad.
I motivi per cui anche oyrad è un personaggio dello straordinario romanzo di cui è l'autore si possono leggere nel suo blog.

Che cosa fosse accaduto, e perché, non sapevo, ma quando scrissi la parola cavallo (volevo scrivere un racconto su un cavallo e scrissi cavallo senza nemmeno metterci l'articolo), intravidi un'ombra gigantesca con la coda dell'occhio, sentii un nitrito equino, mi voltai subito a sinistra, e vidi un cavallo pezzato incastrato tra le pareti della mia stanza.
Il muso appiattito contro la finestra, da non potere nemmeno guardarci in bocca, e le chiappe serrate dalla parete opposta. Non poteva muoversi. Può darsi che anche lui avesse preso paura a vedere me perché sul pavimento c'era una torta cavallina di mezzo metro di diametro che fumava come un turco.
A parte il coccolone di vedermi lì un cavallo al quarto piano di un condominio, mi sembrava cosa buona e giusta portare il cavallo in zona più sicura. Ma come fare? Non era facile telefonare ai pompieri o ai caramba e dirgli che avevo un cavallo in casa. Come c'era arrivato?
Se gli avessi detto che l'avevo fatto apparire per averlo scritto sulla tastiera, sarei finita dritta a un centro di T.S.O. No, no: dovevo liberarmene da sola.
Siccome non sapevo nulla di cavalli, per farmi aiutare, scrissi la parola fantino e arrivò uno stangone di due metri che io non so quando mai avesse fatto il fantino in vita sua, costui. Oddio, vestito da fantino era vestito sì ma non ciavèva per nulla il fisico del ruolo.
"Io volevo giocare a pallacanestro" mi disse il fantino, scusandosi per l'evidente delusione che leggeva nei miei occhi "ma i miei erano appassionati di cavalli e mi è toccato diventare fantino. Ho vinto solo una gara in vita mia... correvamo in due e l'altro cavallo era un pony drogato."
"Fan certi guasti le mamme" convenni. Capii di avere fatto una scelta infelice a chiamare il fantino. Abitavo al quarto piano, come detto, e anche ammettendo che il fantino riucisse a disincagliare il cavallo arenato nella mia stanza, come sarebbero usciti quei due? In ascensore il cavallo non entrava e di scendere per le scale non era nemmeno il caso di parlarne.
Mentre ero lì che pensavo al da farsi, si aprì una finestrella sullo schermo che diceva:
IL NUOVO PROGRAMMA DI SCRITTURA WORD MAGIC DA LEI INSTALLATO LE OFFRE A DISPOSIZIONE ANCORA DUE PAROLE CREATRICI. GRAZIE PER AVERE SCELTO IL NOSTRO PRODOTTO.
"Prego" dissi io.
Ecco che cos'era accaduto. Ora sapevo a chi dare la colpa di tutte quelle apparizioni.
Di usare il macete invece che la tastiera, non era proprio il caso di parlarne.
Siccome pochi giorni prima avevo già ucciso una marchesa per colpa di Paul Valéry, e molti lettori si erano lamentati, figurarsi quel che sarebbe accaduto se avessi detto che mi ero sbarazzata del cavallo e del fantino facendoli a pezzi.
Un uomo o una donna li puoi far fuori al giorno d'oggi, ma se tocchi un animale per te è finita.
Niente macete: bisognava usare le ultime due parole di Word Magic per risolvere il caso.
Pensai di scrivere ippogrifo, ma c'era il rischio di fare comparire un altro ippogrifo invece di trasformare in ippogrifo il cavallo pezzato. E benché fosse il cavallo magico dell'Ariosto, caricarsi un cavallo con sopra un fantino di due metri e volare fuori dalla finestra, non era cosa nemmeno per lui.
Avrei potuto scrivere ali ma anche qui era una parola troppo vaga: e se invece delle ali equine mi fossero comparse le ali dei pannolini Lines? Secondo me il cavallo avrebbe fatto poca strada con quelle ali lì. Troppo indefinito il vocabolo ali. Avevo soltanto due parole.
Mi venne l'idea di scrivere cavallo finto per annullare il casino in cui mi ero messa: ma mi sarebbe rimasto quel cazzo di fantino in casa. E se scrivevo fantino finto mi sarebbe rimasto il cavallo. Punto e a capo.
Intanto il cavallo continuava a cagare e il fantino diceva che aveva fame e che avrebbe molto gradito una pizza. Provai a chiamare l'assistenza di Word Magic ma gli operatori del call center erano occupati e alla fine terminò l'orario in cui erano disponibili.
Scrissi centauro con le mani tremanti, temendo che arrivasse pure Chirone, ma fortunatamente, come avevo sperato, il fantino e il cavallo si fusero in un solo organismo. Adesso era il fantino che aveva il viso incollato alla finestra. Uno in meno comunque... Mi restava un'ultima parola. E la scrissi...
In realtà si trattava di tre parole. Le scrissi tutte attaccate sperando che Word Magic me l'accettasse. In fondo non avrei attivato il correttore ortografico.
Erano le tre parole di Coleridge che rivelano la magia delll'arte narrativa, e che ogni lettore dovrebbe avere scolpite sui muri di casa.
Parole che spiegano la disponibilità del lettore a seguire i mondi fantastici di chi scrive, l'apertura di credito che dà chi ascolta una favola, chi crede che esistano altri mondi; la simpatia mentale di chi è disposto a condividere la nascita di Anna Karenina, Pinocchio, Bartleby, Il Grande Inquisitore (e a cui crede, certo, se dedica ore e ore per sapere che cosa sarà di costoro); parole che racchiudono il principio e il senso ultimo di quella dimensione magica così reale chiamata finzione.
.
Madame...
Signora, prego: non sai leggere?

Chiedo scusa Signora... Ma siamo stati così tanto tradotti che non si capisce mai in che lingua parlarsi... Signora... è la prima volta che ci mettono accanto, e grazie alla sorellina Cecilia... Se non fosse stato per l'incidente...

Non me ne parlare. Guarda: porto ancora i segni della caduta. Due tagli sulla copertina. Adesso quando Maria se ne accorgerà saranno dolori. Ovviamente la sorella negherà. Gira troppa gente per casa... Ma diciamo che nel dis(astro) c'è stato un astro propizio: l'essere collocati così vicini. Io ti devo molto: non a caso mi chiamano Don Chisciotte in gonnella. Non fosse stato per te... Tu inseguivi i mulini a vento, io inseguivo uomini fatti di vento, per vanto...

A volte ho voglia di stracciarmi dalle carni di carta quel capitolo dei mulini. Estirparlo per sempre! Anche chi non mi ha mai letto sa della storia dei mulini. Tutte le metafore su di me riguardano i mulini. Ci sono episodi altrettanto esemplari ma... Quando l'identificazione è fatta... Un capitolo meraviglioso, sì, ma lo sento come un bubbone. Mi duole...

Non dirmelo...dal giorno che Flaubert ha detto che lui è Madame Bovary ho perso un sacco di corteggiatori. Ne avrei fatto a meno, dopo le delusioni che mi hanno condotta al suicidio; ma dovendo rinascere a ogni lettura sai bene che fa sempre piacere a una donna il sentirsi ammirata...
Guarda la copertina e dimmi se una signora può avere questi tratti. I baffi... Sembrano i baffi della nostra proprietaria Maria Strofa... Ma secondo te, Maria, è un uomo o una donna?

Lo chiede a me? Proprio a me che scambiavo Dulcinea per la più bella creatura del mondo? Avrebbe anche potuto essere un un nano malefico e mi sarebbe parsa incantevole: così facile è dare bellezza ai nostri desideri.

Proust ha detto che non esistono donne brutte ma soltanto uomini con poca fantasia.

Proust troverebbe bella anche Maria De Filippi? Ho provato a chiederglielo. Ho urlato fino a sgolarmi ma è troppo lontano. Sta accanto a Dostoevskij: d'altronde similis simili gaudet. Una scelta giusta.

Da donna non so giudicare la De Filippi, tuttavia... mi piace guardare i suoi programmi ogni tanto. In fondo... nihil umani a me alienum puto: Charles, mio marito, Homais, non sono forse personaggi che avrebbero potuto partecipare a C'è posta per te?
Ma mi raccomando di non raccontarlo a nessuno: c'è un tale snobismo in questa libreria che se Henry James sapesse che guardo la De Filippi resusciterebbe dalla tomba per cancellare il saggio stupendo che mi ha offerto. E chissà che cosa ne penserebbe Vargas Llosa che mi ha dedicato L'orgia perpetua.
Mah... fanno romanzi con gente normale, esultano all'idea che la letteratura si occupi di cose normali, plaudono all'ingresso dell'elemento popolare, e poi questa stessa umanità la schifano quando la incontrano altrove. Se tutto non è soffuso d'arte o se la loro conoscenza non avviene con i certificati critici... C'è gente che riesce ad apprezzare le classi cosiddette inferiori e i loro divertimenti soltanto quando li legge nei libri o li vede nei quadri... Io leggevo romanzetti francesi e ora guarda: i grandi intellettuali mi venerano.

A me lo dici? Il mio creatore, Cervantes è morto nello stesso giorno di Shakespeare. E in Inghilterra, a quel tempo, c'erano certi spettacoli...

Scusa se ti interrompo... Dicono che Shakespeare e Cervantes sono morti lo stesso giorno, sì, ma pare che questo fatto non sia vero... Cervantes morì il 22 aprile 1616 e Shakespeare il 23 aprile dello stesso anno. In realtà la data della morte di Cervantes dovrebbe essere anticipata di dieci giorni: in Spagna era in vigore il calendario gregoriano e in Inghilterra quello giuliano. L'ho letto in una nota a margine di Amleto e Don Chisciotte di Turgenev.

Che cultura... E che progressi da quando lei leggeva soltanto romanzetti d'amore... Le ha fatto decisamente bene essere collocata accanto ad altri libri... Ma noi stavamo parlando degli spettacoli popolari, vero?...
.

Oui... oh... scusa... sì: mi stanno leggendo in francese proprio ora e mi sono confusa... Ja, wir...o... (mi stanno leggendo in tedesco)... sì noi parlavamo degli spettacoli popolari.
.

Sì, dicevo... lei ha una vaga idea degli spettacoli che vedeva la gente dei sobborghi al tempo di Shakespeare...? Di quello che vedevano lui, il Bardo, e Marlowe? E con grande diletto... "Ci saranno orsi in città?" chiede Slender nelle Allegre Comari di Windsor "quel gioco mi piace molto." Shakespeare si interessava sempre di ciò che eccitava le folle.
Di questi spettacoli parla Greenblatt in Vita, arte e passioni di William Shakespeare capocomico, pagg. 184-185, libro bellissimo che spero mi lascino accanto ancora perché devo finirlo. Gliene leggo un brano:
"Alla fine un orso cieco venne legato al palo, e anziché attaccarlo con i cani, alcune creature dalla forma umana e dalle facce di cristiani (essendo minatori, carrettieri e barcaioli) si assunsero il ruolo dei mazzieri, e frustarono l'orso fino a fargli scorrere il sangue dalle spalle. Oppure c'era la variante di una scimmia legata sulla schiena di un pony attaccato dai cani. Vedere l'animale scalciare tra i cani, accompagnato dalle urla della scimmia, vedere i bastardini all'attacco penzolare dalle orecchie e dal collo del pony era molto divertente."

Ma che orrore!

Già: eppure le persone che guardavano questi spettacoli e magari ne godevano sono tra le più grandi menti che abbia prodotto il genere umano. Shakespeare e gli elisabettiani... Mi fa ridere quando la gente accusa le persone che guardano la De Filippi di frollarsi il cervello...
Il cervello o è a posto o è già frollato di suo... Un cervello sclerotico non si metterebbe in sesto nemmeno se leggesse Platone, Dostoevskij, Flaubert e Proust tutto il giorno. Leggere e basta è come guardare la televisione è basta: sono due imbecillità simili.

Già... tutto questo che dici sarebbe entrato nel Dizionario dei luoghi comuni... Senti Don... si è fatto tardi e ho sonno. Io ti voglio bene: basterebbe leggerti, leggerti davvero, per capire che...

Che?...

Nulla... o forse basterebbe soltanto il monologo di Qoeleth della Bibbia: dopo quello, ciò che segue è variazione, divertimento, chiosa... ma in quanto a verità... Tutto è vanità... vanità delle vanità dice Qoeleth... Io sono morta per amore, come te del resto...

Ma il mio non è un romanzo d'amore...

Come ti sbagli, Donchi... Tu sei il più straordinario romanzo d'amore che sia mai stato scritto. Oh... non ci sono i baci, non c'è il corteggiamento, non ci sono i sospiri... le intermittenze del cuore, gli amplessi in carrozza, ma quale storia d'amore è più bella della tua? L'amore per il genere umano... Volere raddrizzare i torti... Combattere per migliorare gli altri... C'è anche Marx dentro te... L'idea di rivoluzionare la società... E la consapevolezza che tutto è vano. Ogni cosa è in te... Metti in guardia dalla vanità, dall'illusione ma continui a combattere... a ogni lettura.

Signora...

Chiamami Emma: io sono tua figlia. Buonanotte Donchi.

Buonanotte Emma.
Non c'è più come si può vedere. Icaro Involato di Queneau, qui una sua foto tessera, si è involato per la seconda volta. L'avevo messo a dormire nella camera da letto di Van Gogh (nell'immagine si vedono i dorsi dei tre volumi di Tutte le lettere di Van Gogh che ravvicinati, e in ordine, riproducono il famoso dipinto).
Pensavo che nella camera di Van Gogh si sarebbe trovato bene, Icaro: per questo avevo deciso di sovvertire la sistemazione abituale e di inserire un libro fra tre tomi: pratica per certi versi molto sconveniente.
Mi ricordo quella volta che per la fretta ho messo Madame Bovary in mezzo al dizionario Treccani e il secondo tomo D-L, si è alzato un po' più alto degli altri.
Ha avuto come un'erezione. Così ho anche capito qual è la natura delle macchie giallastre che si formano con il tempo nei libri. Ma non digrediamo.
Nel libro di Queneau, il personaggio Icaro scompare dai fogli del romanzo e se ne va in giro: l'autore faticherà un bel po' a ritrovarlo. Tuttavia non avevo mai sentito di libri che si involassero, taccheggiatori esclusi.
Ho cominciato a fare un po' di supposizioni per vedere se capivo dove l'avrei trovato. Ho chiesto a decablog perché lui è esperto di Icari. Si veda infatti il suo divano pieno di Icari impolverati:
Ma lì non c'era. Avendo i libri in doppia fila, la feritoia della libreria lascia intravedere La vita e le istruzioni per l'uso di Perec. Che cosa mai gli avrà detto Perec sulla vita, da istruirsi al punto di scappare?
Non riuscivo a combinare il puzzle. Ho chiesto a un po' di famiglie vicine: tranne la Sgambelluri Teresa nessuno aveva dei libri in casa, e la Sgambelluri mi ha assicurato che fra i suoi libri di Sveva Casati Modignani Icaro non c'era.
"Allora icaro non è impazzito del tutto" ho pensato.
L'ho cercato dall'Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno e dagli Appennini alle Ande. Be'... l'ho trovato dopo quattro giorni in garage su uno scaffale tra gli ellepì di vinile. Era là appiccicato a un long playing di Al Bano.
Aveva già la copertina mezzo abbrustolita a stare a contatto con l'ellepì. E lì vicino c'era anche Pinocchio che rischiava di prendere fuoco per la seconda volta.
Soltanto quando sono riuscita a farlo parlare (c'è un sistema infallibile, tu fai la domanda contrassegnando le lettere di pagina 15, poi ti sposti a pagina 48 metti il dito sulla pagina che si muove guidata dall'anima del libro come nell'esperimento del piattino).
"Maria, volevo tornare alle origini" mi ha detto Icaro "Sì lo so che sono un metapersonaggio, che non sono proprio l'Icaro figlio di Dedalo. Ho consapevolezza di essere un figlio adottivo e considero Queneau il mio vero padre. Ma io, come tutti i figli adottivi, ho sentito nostalgia dei genitori che mi hanno messo al mondo. Perciò sono andato a cercarli: ho preso la cera di C'era una volta di Pinocchio, mi sono fatto le ali... e ho voluto andare Nel sole... ancora...
A proposito di cera, ora anch'io devo mettere i tappi di cera nelle orecchie perché di notte Icaro involato canta sempre la canzone di Al Bano.
Quando il sole tornerà
e nel sole io verrò da te
un altro uomo troverai in me
e che non può più fare a meno di te.

.
.
.

Di stilizzazioni della figura umana che cercano di ridurla all'essenziale, come a coglierne l'anima, senza gli orpelli del corpo, ce ne sono tante:

Giacometti
Kafka
Osvaldo Cavandoli

Paul Klee (illustrazioni al Candide di Voltaire)

Picasso.
Mr Gloomy sottrae fino al punto di non ritorno.
Mr.Gloomy è consapevole dei limiti della sua sottrazione.

Mr.Gloomy è depresso, cinico: come Mr.Bean, a volte surreale come un Achille Campanile disegnato da suo figlio annoiato.

E di fronte agli entusiasmi di chi va a vedere ogni giorno la sua umanità, fatta di cinque trattini e una pallina, è lo stesso Mr.Gloomy a schermirsi.

Mr.Gloomy si ferma spesso, indeciso sul da farsi.

Ma che diavolo è Mr.Gloomy?
Qui per conoscerlo.
••
In visione nel cineblog il nuovo film Te Deum and Tè end.

Il testo di Uomini soli, qui, ha avuto una genesi molto tormentata.
I Pooh, volendo entrare nel giro della canzone d’autore, chiesero al grande poeta Piero Menardi (e chi non lo conosce?) di scrivere un testo per loro.
Piero Menardi, dopo molte insistenze si decise a comporre un brano che chiamò Don Chisciotti.
Dovendo presentarlo a Sanremo, i Pooh ebbero timore che non sarebbe stato compreso dal grande pubblico e apportarono numerose modifiche al testo di Piero Menardi.
Nonostante lo stravolgimento dei Pooh, si notano però ancora molte analogie tra i due brani (PM: perduti nella correlazione della selva/Pooh: perduti nel Corriere della Sera; PM: Diacronicità/Pooh: Dio delle città). Ecco il testo originale:
Don Chisciotti di Piero Menardi
.
Uomini brevi e intonsi, senza rima
con endecasillabi spettinati
e magre gamme
perduti nella correlazione della selva
toraci epidittici e satirici
palinsesti flosci
con sparuti campi lessicali.
Diacronicità... e dell’intensità
se è vero che ci sei e hai versato più di noi
vediamo se si può imparare questa rima
e magari un po' cambiarla
prima che ci cambi lei.
.
Uomini senza sillabe assonanti
con incipit stichici e timidi
che non hanno in terra alcun locativo
e che pagano la frase
la mise en abŶme!
per concludere i loro versi geminati
in orgasmi ermetici
merisma liquido che strofa e sgocciola
come pioggiacida nel prefisso
a pregare che il loro spirito
si preservi almeno qualche istante
prima che finisca nella spezzatura
immemore
ma diacronicità... e dell’intensità
magari tu ci sei e proclisi non ne hai
ma quaggiù non siamo in chiosa
e se un uomo perde il feedback
è soltanto un uomo scempio.

Ogni nazione, è questa la morale della favola, riscrive come può: in Francia, come racconta Borges, Pierre Menard riscrisse il Don Chisciotte; in Italia i Pooh hanno riscritto Don Chisciotti di Piero Menardi.
°°°
[In visione nella sala 2 del cineblog, qui, un nuovo film: Il racconto del riconto di Ridely Scott]
Il 5 novembre 2006, sul sito www.georges.lapidaire.com , il critico Bartholomew Monk ha dato notizia del ritrovamento di un inedito autografo di
Edgar Lee Masters non incluso nella celeberrima Antologia di Spoon River.
Ringrazio Bartholomew Monk per avermi dato l'autorizzazione e l'onore di pubblicare l'inedito sul mio blog, in anteprima mondiale, e Pivanda Fernano che me lo ha tradotto via fax.
MARY STROPHE
C'è un cimitero di parole, là
sulla collina
e tutti quelli che le hanno perdute
vanno a visitarle di tanto in tanto.
Portano fiori
si fermano in raccoglimento
a leggere le lapidi
a dire una preghiera per la loro prematura scomparsa.
Ti amerò per sempre
nate Rimini il 14/5/1970 e morte a Piacenza il 21/8/1970.
Mi manchi tanto
nate a Roma il 12/6/1998 - decedute a Venezia il 21/9/2000.
Sei la cosa più importante della mia vita
nate a Rho 15/2/2001 - morte al casello di Melegnano il 3/3/2001.
Io desidero per te parole immortali.
Non voglio regalarti cadaveri
da farti accudire al cimitero, là
sulla collina.
NON TI VOGLIO PIÙ VEDERE, IDIOTA!
ecco cosa intendo dirti.
E credi
(adesso che finalmente le ho dette)
che queste parole vivranno a lungo
molto a lungo
e saranno loro, stavolta,
che verranno a farti visita
al cimitero.
Nel capitolo trentatreesimo della seconda parte, 
aeiou

Georges Perec ha scritto un romanzo di trecento pagine senza usare la vocale e: La sparizione (La Disparition - 1969): questo esercizio di abilità dicesi lipogramma.
Volendo emularlo, avevo deciso di scrivere un romanzo senza la o: gabriella alù, salace ma non scorretta, ha osservato: Speriamo non sia l'Histoire d'O.
I lipogrammi, che hanno molto più di enigmistica che di arte, fanno parte dell'Oulipo che starebbe per (Ouvroir de littérature potentielle = officina di letteratura potenziale): è tutto un Ou-lip(r)ogramma.
Divertimento a parte, ci sono alcuni casi di utilità sociale: scrivere per esempio la biografia di Luca Tassinari (uno che nei giorni pari si crede Machiavelli e nei giorni dispari Antonio Pizzuto) senza usare mai la m o la z.
Vedo molto politicamente corretti i lipogrammi assoluti, tipo che uno scrive un romanzo soltanto con la a:
a aaaaa aaaaaaaaaaaaa aaaa aaaaaaaaaaaaaaaa aaaaa aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa

Sarebbero tutti grandi scrittori, non ci sarebbero più discriminazioni, e le interpretazioni narratologiche si sprecherebbero:
1) Grande critico: in questo brano l'autore ha detto a ma voleva dire b.
I romanzi, terminate le lettere dei rispettivi alfabeti, sarebbero conclusi e si arriverebbe, finalmente, alla tanto auspicata e preannunciata morte del romanzo.
Se, come dice Cocteau, un romanzo è un vocabolario in disordine, tutti i libri del mondo sono una ricostruzione disordinata della biblioteca di Babele di Borges.
Le lettere, comunque, sarà perché memori che una volta erano caratteri mobili, si ribellano. Ecco cosa mi accadde tempo fa:
Stavo leggendo un libro
quando tutte le "a" si sono staccate
rotolando a terra come perline:
aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa
aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa
aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa
Ne ho la stanza piena.
Ce ne sono sotto il letto
e alcune sono finite dentro libri che non c'entrano.
Non avevo idea che ci fossero tutte queste a
in un libro.
Stasera me ne sono trovata una
nella minestra.
Forse ne ho anche mangiate un po'
inavvertitamente.
Spero che seguano la stessa sorte
dei semi del cocomero.
Non vorrei mica avere delle "a" che mi
rimangono in circolo nel sangue.
[Fine post, seguono contributi]
♦♦
però non dovevano essere un granché dal momento che glissi su sapore e consistenza [fuoridaidenti - caLMa - http://calma.splinder.com/]
♦♦
Avevo bisogno come d'evadere. Fuori gocciava.
"Ha intenzioni licenziose, monsieur?"
"Non ora. Piuttosto... quando ripasserò. Sorrida"
Tacque.
Uscii velocemente.
Zampillava.
Quella fu senz'altro la mia prima volta, e cominciai per scherzo, nel corso d'un tormentato e fastidioso pomeriggio d'acquerugiola e di nevischio persistente. Certe ossessioni, si sa, possono prendere l'abbrivio chissà come; s'agganciano a qualcosa d'irrisolto; una piega, forse, un nodo, chi può dirlo? Sono stanze comode, tutto sommato, poltrone confortevoli, qualcosa dov'è piacevole lasciarsi sprofondare. Specie poi se c'è un fuoco, e fuori solo acquerugiola e nevischio...
"Ah!" - biascicò - "ci dovremmo essere... Fermi."
"Glielo ha indicato la mappa?"
"No. O perlomeno... qui... ricordavo..."
Scese, tirandosi una valigia zebrata.
Continuai, finché mi parve ancora avesse un senso il doverlo fare; o meglio, finché mi procurava ancora quel sottile e imprecisato piacere il fatto stesso di farlo. Tracce nascoste, un brivido mi coglieva ogni qualvolta abusavo e violentavo l'indifferente sequenzialità dell'alfabeto; per dare voce a chissà cosa di sepolto, e chissà dove. Come se tutto fosse, in fondo, niente altro che un semplice automatismo senza alcun senso; o meglio, un senso inspiegabile sottostesse alla trama preordinata dell'alfabeto. Una sorta di musica d'incastri, la sequenza letterale, un'armonia sopita che le parole, questo il paradosso, fossero in grado inconsapevolmente, ed in completa autonomia, di risvegliare.
Accudirlo, badarci, ci dividemmo equanimemente, finché...
Gemmava.
"Ho immagini liquide, ma non odo più quella risata"
Sgualcendolo, torse un vecchio zinale.
Smisi in un giorno nevoso, che alla radio c'era "Africa" dei Toto. Sempre le lettere, il disegno e la sequenza delle quali m'apparivano oramai non più come una struttura rigidamente preordinata, bensì piuttosto come un oceano aperto, un orizzonte di possibilità.
Alfa... beta... i grani d'un rosario.
"Allora baciami, come dovessimo essere fuori gioco"
"Hai infinite le mani, neri occhi, puoi quasi recuperarmi..."
"Sembri talvolta una vecchia zavorra"
Passai infine dalle lettere alle parole, e ne nascosi moltissime. Scrivendone e leggendole, scoprii tracce inaspettate. E storie mai scritte strisciare tra quelle scritte, ricombinarsi. Ridussi infine il mondo ad un libro soltanto, che scelsi casualmente, un giorno a caso, sbarazzandomi del resto.
Tutto si nascondeva adesso nella stanza, fuori solo acquerugiola e nevischio.
[[fuoridaidenti - caLMa - http://calma.splinder.com/ - http://calma.splinder.com/post/6417267]
♦♦

[Maria Strofa, al centro, incontra nel limbro i personaggi letterari inediti - autoscatto]
[Prima di leggere il paragrafo iniziale si consiglia agli scaramantici di toccare maroni, ferro, legno o altro amuleto atto all'uopo.]
Don Chisciotte, Raskolnikov, Madame Bovary, Don Abbondio, Amleto, e tanti altri di questa schiatta sublime, continueranno a vivere sulla Terra quando tutti noi ce ne saremo andati.
Essi furono prima che noi fossimo, ed essi saranno quando noi non saremo più: i personaggi letterari sono immortali e, dunque, più reali dei personaggi in carne e ossa che affollano il mondo.
E che materiali sono mai carne e ossa, se la carta (e ora anche il più ineffabile bit) riesce a donare l'immortalità all'organismo che ne è costituito?
Dire io vivo, per un essere umano, è un'ipotesi non suffragata dai fatti. La vita è sogno che ci sogna, Volontà schopenhaueriana che finge di volere, un dagherrotempo sbiadito nell'album di foto nuove: una fugace resipiscenza di infiniti abissi che ci trasse alla luce fredda. e subito freddata. del neon essere.
I morti, anche i grandi autori morti, si dimenticano in fretta: i loro personaggi ne usurpano la fama. La fagocitano e poi la trascendono.
George Steiner racconta di un Flaubert agonizzante che disse: Io muoio e quella puttana della Bovary mi sopravviverà.
[Steiner è stato smentito da Alfio Squillaci - La Frusta - uno dei massimi conoscitori mondiali di Flaubert, perché pare che tale aneddoto non sia suffragato in alcun luogo letterario, né riportato da alcuna persona amica di Flaubert. Lo dice solo Steiner. Ma vera o presunta, la citazione rende bene l'idea.]
Si può dimenticare il nome dell'autore ma un personaggio letterario non si dimentica mai.
Dimmi, dimmi a brutto grugno, subito, senza consultare google, l'autore del gatto con gli stivali. Eh? Dimmelo. Non lo sai? Eppure sai bene, fin troppo bene, dell'esistenza del gatto con gli stivali.
E sai di Don Chisciotte, della sua avventura con i mulini: ma dimmi il nome di almeno un mulinaro registrato all'anagrafe. Su... E allora, che cosa parli di filantropia e interesse verso il prossimo se anche tu conosci soltanto nome e avventure dei personaggi letterari?
I veri padroni della Terra, gli Dèi assoluti: ecce litterariae personae!
Ma se sappiamo che gli Dèi abitano qui con noi e che abiteranno la Terra anche dopo... dove? dove abitano, invece, i personaggi letterari mai venuti alla luce?
I personaggi letterari degli scrittori inediti? Dei manoscrittari?
Quei miliardi di animule vagule blandule che vivono (per ora) o vissero soltanto nel cassetto e nella mente del manoscrittaro?
Qual è la loro sorte? Chi sono? In che luogo si trovano? Che cosa fanno?
A breve darò la risposta. E racconterò del mio viaggio quando li incontrai.
Intanto rivelo soltanto il nome del luogo in cui giaggiono: Il LIMBRO.
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[Voci dal limbro e da altrove d'altri]
noi non saremo neanche nel limbro. [w.]
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Ciao, sono un personaggio immaginario, uno di quelli che sopravviverà al suo creatore. Volevo solo dire che per noi personaggi immaginari non sono tutte rose e fiori. E' vero che abbiamo il dono dell'immortalità e della fama, e questo ci dovrebbe ripagare ampiamente della fatica di essere costretti a ripetere sempre le stesse parole e le stesse azioni.
Ci dovrebbe ripagare della fatica di essere citati quasi sempre a sproposito e molto spesso da idioti, ma prendiamo me: sono un personaggio appena abbozzato di un libro minore. A dire il vero la storia all'inizio prometteva bene, e già pregustavo il mio posto (spesso vuoto, sarei andato a ruba) tra gli scaffali a fianco dei grandi.
Ma poi capitò qualcosa, il mio autore perse l'interesse, forse si innamorò, più facilmente iniziò a trombare, e la storia la finì giusto per inerzia. Diciamola tutta, avesse scritto solo il mio libro nemmeno il mio autore (uno tra i più grandi!) sarebbe stato pubblicato. Invece...
Invece mi tocca essere ricordato, ma ricordato con l'odio dello studentello costretto a leggermi per "capire" l'autore. E questo sarebbe il meno, gli studentelli odiano anche i miei colleghi più meritevoli. La cosa peggiore è la delusione dell'appassionato, che inizia a leggere il libro pregustando chissà che cosa e poi se lo deve leggere tutto anche lui, sebbene con lo schifo di quando si mangia il sushi, altrimenti che appassionato sarebbe?
A volte invidio i miei colleghi non pubblicati che non sopravviveranno al proprio autore e a volte invidio persino quelli pubblicati su internet che saranno letti solo da google, saltuariamente giusto per vedere se esistono ancora o si può cancellare la pagina dagli archivi.
Saluti a google [Loreto van de Velde]
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ovvero
LEGGERE ROMANZI FA MALE, MOLTO MALE






In un sito sopravvissuto soltanto qualche giorno sulla rete [ww.georges.lapidaire.com ] lessi di un esperimento fatto al CERN il 5 novembre 2002.
Il fisico belga Georges Lapidaire bombardò, con particelle subatomiche, trecentomila libri di narrativa.
Rilevando un significativo spostamento delle particelle quando cozzavano con i libri, segno che le pagine sprigionano particelle che vanno a interferire con quelle dell'acceleratore, Lapidaire concluse che i libri di narrativa sono radioattivi.
L’esperimento è riuscito affermò il fisico sul suo sito.
Prima di bombardare volumi di narrativa spiegava Lapidaire ho bombardato montagne di libri di saggistica, di religione, di filosofia, ma nessuna radioattività è mai stata rilevata.
Lapidaire dichiarò che l'esperimento spiegava l'insorgere della terribile e ancora troppo sottovalutata malattia: la cervantite, da lui così definita in onore del primo medico che diede al mondo il più celebre resoconto di caso clinico su un malato letterario.
Don Chisciotte leggeva la Bibbia ma non si è mai sognato di diventare Abramo, Isacco, Sara o Qoehlet. E, di sicuro, istruito com'era, avrà letto tante altre cose, ma soltanto leggendo la narrativa dell'epoca - i romanzi di cavalleria - le radiazioni hanno prodotto in lui la malattia che conosciamo. Radiazioni di cui oggi ho dimostrato l'esistenza scientifica e che causano l'insorgere della cervantite in tanti lettori.
Leggere narrativa, riassumo brevemente le conclusioni di Lapidaire, è molto dannoso per tutti ma può essere letale per certi soggetti particolarmente predisposti.
Le radiazioni continue sopprimono e modificano così tanti neuroni del cervello da rendere impossibile la distinzione tra realtà e fantasia - sicché il lettore è costretto suo malgrado a identificarsi per sempre in un personaggio letterario. Anche Madame Bovary, altra celebre malata di cui si ha un dettagliato referto, volle diventare un'eroina romantica per avere letto troppi libri.
L'esperimento sulla radioattività narrativa non è più stato ripetuto perché Lapidaire, che sacrificò tutta la sua biblioteca, morì una settimana dopo. E ora chi avrà mai la forza di fare come lui o di aiutare un ricercatore fornendogli il materiale?
Nessuna casa editrice, nessun distributore, e, tantomeno, nessun collezionista vorrà mai offrire un’altra possibilità alla scienza di consolidare una così importante scoperta: d’altronde non si può certo farne biasimo ad alcuno, visto che il bombardamento rende i libri inutilizzabili.
I volumi di Lapidaire dovettero essere rinchiusi in contenitori per scorie nucleari, essendo diventati, per l’azione combinata delle proprie particelle e di quelle ricevute nel bombardamento, addirittura più radioattivi dello stronzio-90.
Sull'improvvisa scomparsa di Lapidaire e la cancellazione del suo sito, ci sono molte ipotesi: chi dice che sia stato soppresso dalle multinazionali dell'editoria, chi da sicari privati di King e Grisham, chi da un cugino di Bill Gates per timore che, la radionarrattività delle pagine di carta, fosse attribuita dal lettore anche alle pagine dei blog: provocando una diserzione in massa dalla rete Internet.
Che la scoperta di Lapidaire sia vera, posso testimoniarlo anch'io.
Leggendo troppa narrativa, il mio cervello si impoverì talmente di neuroni che, quando lessi Proust, mi convinsi che io ero Proust.
Chiamai la mia gatta Guermantes, la mia cagnolina Albertine, e insonorizzai la stanza con pareti di sughero.
Poi cominciai a scrivere tremila pagine (formato A4) sulle mie sensazioni di quando mi coricavo di buonora.
Questo manoscritto, qualche giorno fa, l'ho mandato in lettura a vibrisselibri. Che la stipino loro questa scoria nucleare!
Oggi, che so con certezza di non essere Proust, anche se è difficile parlare di completa guarigione dalla cervantite, mi guardo bene dal leggere qualsiasi opera di narrativa. Su carta e su blog.
Quando penso a quei poveri cristi di vibrisselibri che devono leggere centinaia e centinaia di opere di narrativa inedita... Che scombinamento neuronale! che epidemia di cervantite!
E chissà chi crederanno di essere diventati, alla fine delle letture.
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[Ricevo e volentieri pubblico] [Ho sempre desiderato poter dire un giorno una roba così!...]
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