Suonano alla porta. Apro, e il tale che aveva suonato mi fa:
- Buongiorno.
- Buongiorno - gli rispondo.
- Posso entrare?
- Prego.
Un tipo allampanato (in realtà era cicciottello ma è tanto, troppo tempo, che desideravo scrivere allampanato in una storia; sicché sarà magari la suggestione ma io me lo ricordo davvero allampanato) con una cravatta verde a puà nocciola. A guardarli bene da vicino, i puà erano chicchi di caffè.
- Lei è Maria Strofa?
- Sì
- Io sono un dissuasore di commenti da blog - mi fa.
- Interessante!
- Vorrei invitarla a non rilasciare commenti sui blog per questa settimana. Sono 50 euri per la consulenza.
- Non mi sembra una cifra esagerata - ho replicato - ma potrei sapere in quali blog non devo commentare?
- Preferirei di no.
- Bartleby?
- Come?
- No, niente, diceva così anche Bartleby. Certo che sono 50 euri guadagnati bene - gli dico mentre glieli do.
- Lei è la prima persona che mi paga, e io faccio questo lavoro già da tre mesi. Ho perso il mio impiego alle poste e...
- Bartleby?
- Come?
- No, vada avanti...
- Ho perso il mio impiego alle poste e bisogna pur trovarsi qualche cosa da fare. Ho una moglie, il mutuo, e due figli... Così, non sapendo fare altro, nella vita, ho pensato di fare il dissuasore di commenti da blog. Blog ce ne sono tanti e la gente da dissuadere non manca.
- Un bel mestiere - gli ho detto mentre lo accompagnavo alla porta. Aveva gli occhi lucidi e guardava la banconota come se la vedesse per la prima volta.
Se questa settimana o quest'altra ancora non rilascio commenti... sapete il motivo. Nonostante io abbia pagato i 50 euri mi sembrerebbe, andando in giro per blog, di tradire il dissuasore e la sua onesta professione. E io stessa, ricevendone pochi o punto (mi piace questo punto), riuscirei a convincermi che il dissuasore si è dato molto da fare in questi giorni.
- Signora, gran parte del problema è risolto; ma per eliminare a fondo tutte le ragnatele bisogna che lei consideri l'eventualità di ridarla a suo marito o trovarsi un amante.

Che il legno sia un materiale vivo, tanto vivo che addirittura parla, è attestato da secoli di tradizione letteraria. I casi più sensazionali sono quelli del cespuglio di fuoco che parla a Mosè (Esodo, 3), di Polidoro nell'Eneide (canto III), di Pier delle Vigne nella Divina Commedia (Inferno, XIII) e, naturalmente, di Pinocchio.
A questi legni parlanti, se ne è aggiunto di recente un altro: il burattino Masturbìno. Ecco come feci la sua conoscenza:
Stavo mettendo un pezzo di legno nel camino
quando detto pezzo di legno
- con voce un po’ legnosa -
così mi si rivolge:
"Maria, perché vuoi farmi del male?"
"Pinocchio!" ho urlato io per l’emozione.
"Ma che Pinocchio" fa lui.
"Pier delle Vigne?"
"Eh?"
"Polidoro?" insisto.
"Ma che Piero e Polidoro. Sono il ragionier Orazio Besnutti."
Dopo avergli stretto un piccolo rametto, in segno di saluto,
gli ho chiesto:
"E chi è stato a trasformarti così?"
"Mi sono fatto troppe seghe" ha risposto il ragioniere.
Il ragionier Orazio Besnutti mi ha raccontato che si era innamorato della sua segretaria, soltanto che aveva anche una moglie e non si decideva mai a scegliere fra loro.
E’ finita che nessuna delle due gliel’ha più data
e lui, a forza di seghe, si è indurito e indurito fino a diventare un pezzo di legno.
(Deve essersene fatte un bel po' per ridursi in quello stato.)
"Aiutami, Maria!" mi ha supplicato "Liberami."
"Certo" gli ho detto io.
Sono andata da un falegname (un sordomuto molto abile)
e gli ho chiesto se di questo pezzo di legno che era stato un uomo mi faceva un burattino.
E mi sono raccomandata che, a differenza di Geppetto, lo facesse con la bocca chiusa.
Adesso il burattino Masturbìno riposa silenzioso in un cassetto.

[Immagini dal mediablog di pipopipo21]
Avevo comprato da un antiquario una vecchia lampada a olio.
Ero lì che la lucidavo quando uscì un gran fumone dal beccuccio. Aprii la finestra e vidi che sul tavolo della cucina c'era un ometto seduto che mi guardava. Indossava una canottiera, calzoncini corti, calzini bianchi a mezza caviglia e un paio di sandali da frate. Aveva anche un riporto che gli andava da un'orecchia all'altra.
"Sei il genio della lampada?" gli domandai.
.
Mi rispose che non era un genio e che non era mai stato in una lampada.
"Non sei saltato fuori di lì?" gli chiesi indicando la lampada che avevo comprato.
"Ma quella è una teiera" disse lui..
"Una teiera?"
"Sì, l'antiquario ti ha ingannata. È un disonesto. Pensa che una settimana fa ha venduto un Antonio XXXIII facendo credere che fosse un Luigi XIV."
"Antonio XXXIII?"
"Il trentatreesimo pezzo che gli ha fatto un falegname falsario di nome Antonio."
L'ometto mi spiegò che pur essendo stato strofinato più volte dall'antiquario non era mai uscito avvalendosi della facoltà concessa ai dèmoni di rinnegare un padrone.
"Ho avuto ugualmente fortuna" dissi. "Genio della lampada o della teiera a me va bene uguale. Non càpita tutti i giorni di avere un genio a disposizione."
"Genio è una parola grossa" rispose l’ometto. "Vivo dentro una teiera proprio perché sono tutto tranne che un genio. Oddio, non sono nemmeno un imbecille... ma genio no di sicuro."
"Ma se io esprimo un desiderio tu riesci a realizzarlo?"
"In un certo senso ci riesco" mi spiegò lui "soltanto che, non essendo un vero genio, ho una sensibile limitazione di poteri. L’ultimo padrone dal quale sono stato mi aveva chiesto un sacco di grana per diventare ricco e io..."
"E tu?..."
"Gli ho fornito un contenitore di juta pieno di Parmigiano Reggiano. Di meglio non mi è riuscito... Una bambina voleva conoscere Aladino, quello delle mille e una notte, ma quando ha detto voglio Aladino mi è saltato fuori l’Aladino, sì, ma era quel cazzo di cordless della telecom che funziona un giorno e una notte su mille.

Non intendo spaventarti ma se esprimi un desiderio, e le cose non riescono, ti sarà impossibile tornare indietro. Quanto più grande il desiderio tanto più terribili le conseguenze del fallimento. Penso a quella signora che mi aveva chiesto una vita più lunga possibile. Porella: era una gran bella donna ma la vita e i fianchi le si sono allungati così tanto che il culo le è finito quasi per terra a ridosso dei talloni. Una cosa mostruosa! Le tocca lavorare al circo insieme con la donna cannone."
"Non voglio niente" gli ho detto "rientra pure nella teiera che va bene così."
"Mi è impossibile: se non esprimi un desiderio ti tocca tenermi con te per tutta la vita... Ovviamente stai tranquilla perché, anche se non sono un genio, sono educato e, pur vivendo in casa tua, non ti toccherò nemmeno con un dito."
Non c’è amica che mi creda quando le racconto che mio marito è saltato fuori da una teiera. Dicono che sono matta, che voglio prenderle in giro e così ho rinunciato a convincerle. I mariti sono l’argomento principale delle nostre conversazioni. Ecco che cosa dicono le mie amiche dei loro mariti.
"Mio marito vuole che mi metta le autoreggenti ma lui ciondola tutto il giorno fra casa e giardino in canottiera, calzoncini corti, calzini bianchi a mezza caviglia e un paio di sandali da frate..."
"Mio marito non è certo il genio che credevo..."
"Io voglio una cosa e stai sicura che mio marito o vuole il contrario o me ne fa avere un’altra."
"Mio marito non mi tocca più nemmeno con un dito."
"Quando ho conosciuto il mio, mi ha avvolta in un gran fumone di parole: viaggi, attenzioni, sono così, farò cosà, ti amerò così ti amerò cosà: poi, dopo che gliel’ho data, si è rivelato un ometto tutto diverso da quel che sembrava."
Quando sento parlare le mie amiche, mi consolo e penso che non sono messa poi tanto peggio di loro. Sì, il mio sarà saltato fuori da una teiera, ma tutti questi qui mi chiedo: da dove sono saltati fuori?
.
.
Non sapeva nemmeno lui che età avesse. Quando gli anni sono troppi, non accade più nulla. Morti, guerre, malattie, passioni, sentimenti: aveva visto l’alternarsi di ogni cosa, il ripetersi incessante dell'eterno ritorno; il moto perpetuo della noia racchiusa in ogni no(v)i(t)à.
Era solo ed era troppo vecchio per intrattenersi con un altro mortale.
Vecchio al punto che se gli fosse stato possibile amare una donna ultracentenaria, si sarebbe sentito come un pedofilo che stupra una neonata. Troppo vecchio per vedere e lasciarsi vedere da chiunque. Il suo corpo era una cartilagine che tratteneva lo scheletro e gli organi vitali. Così rattrappito e rugoso il collo, le spalle tanto curve, che non poteva fare a meno di pensare a sé come a una tartaruga.
Vivere, nel suo caso, dipendeva soltanto da ostinazione.
Molti anni prima leggendo un libro di magia, aveva evocato quello strano demonio di nome Achille; si erano accordati che lui sarebbe morto quando avesse finito di leggere tutti i libri che desiderava. Ne chiese una quantità così smisurata che la cifra non si poteva nemmeno scrivere su un foglio solo.
Il vecchio si chiamava Zenone.
'I miei libri sono infiniti' pensò. 'Anche se ne leggessi presto la metà e poi ancora la metà della metà, quando ne rimanesse soltanto uno, potrei leggere una parola al giorno, una consonante, una sola vocale. E potrei leggere fra le righe, leggere le stesse parole reintrepretandole. E leggere all’incontrario... '
Zenone prese il libro, lo aprì, e lesse soltanto la lettera a di pagina 58. Sentì la testa girargli e intravide la sagoma di Achille che sorrideva. Aveva disimparato a leggere: era passato così tanto tempo da quando aveva decifrato l’ultima parola di senso compiuto... Ormai leggeva soltanto vocali, consonanti, e segni di interpunzione.
"L’accordo prevedeva che tu leggessi i libri" gli disse Achille che teneva in mano una tartaruga. "Sono anni che tutto è finito. Avrei dovuto arrivare molto prima, ma le competizioni con le tartarughe mi hanno fatto dimenticare di te. Adesso anche le testuggini si sono messe in testa di sfidarmi."
Zenone sorrise, guardò il suo ultimo libro, guardò la tartaruga sul cui guscio erano incise le lettere q o e l e t h, e, finalmente, riuscì a leggere la parola per intero, ne ricordò il significato e chiuse gli occhi per l’ultima volta.
[Immagini dal mediablog di pipopipo21]

Mica solo le stagioni:
anche il blocco dello scrittore
non è più quello di una volta.
Il foglio bianco di carta
oh...




"Tu sei sicura che con questa pozione io riuscirò a entrare nei libri per carpirne i segreti?" chiese Ferrucci alla maga Sabrina Metallicafisica.
"Sì, Paolo, bevine tre cucchiaini al giorno, dopo i pasti, e sarai in grado di entrare nei libri. Potrai carpirne i segreti più reconditi e diventare il più grande scrittore di tutti i tempi."
Finalmente accadde ciò che il manager scrittore di mistery agognava da tempo...
Una domenica pomeriggio, Ferrucci stava leggendo Mistero etrusco a Manhattan di George Falletty quando avvertì un improvviso senso di vertigine.
Ferrucci distolse lo sguardo dal libro, sollevò il capo, e vide Jane Batton che giaceva languida sul letto. Un'imponente cascata di capelli biondi le nascondeva quasi per intero il viso.
Jane, seminuda, indossava un body grigio perla. Le gambe appena divaricate erano tormentate da un tremito impercettibile: un presagio tenue della furibonda galoppata d'amore che avrebbe fatto di lì a poche ore con il suo ganzo James Falloppio.
"Chi sei tu?" chiese Jane Batton vedendo Ferrucci materializzarsi nella sua camera da letto.
"Stavo leggendo di te e del tuo libro, quando ci sono finito dentro" disse Ferrucci.
"Esci subito di qui o chiamo la polizia" strillò Jane Batton.
La vista di quella preda indifesa e impaurita infiammò il desiderio di Paolo Ferrucci che si slanciò sul letto pronto a violentare Jane. Le descrizioni erotiche del libro lo avevano eccitato e ora poteva scoparsi il personaggio letterario in carta e ossa.
Jane cercò di difendersi dall'attacco: agitava le braccia e le gambe, dimenava la testa, ma continuava a rimanere distesa sul dorso, come se il tronco fosse inchiodato al letto.
Jane era vincolata alle leggi del testo letterario, e il testo la vincolava alle lenzuola del letto; l'autonomia motoria di cui lei disponeva era subordinata ai dettami dell'autore e non poteva in alcun modo spingersi sino al punto di operare cambiamenti o mutare radicalmente posizione per difendersi dall'attacco di Ferrucci.
Ferrucci le saltò addosso, ma mentre stava per penetrarla, proprio nel momento in cui il suo giasone stava per immergersi nella colchide, fu risucchiato da una forza possente, e rimase sospeso a mezz'aria come un gatto tenuto per la collottola.
Poi vide le pareti e il soffitto vorticargli attorno, più forte, sempre più forte, quasi che la stanza fosse una lavatrice e Ferrucci si trovasse nel momento di massima centrifuga.
Ferrucci uscì a razzo dalla finestra, volò in aria per circa trecento metri, cozzò contro un palo della luce, cadde svenuto e, quando si risvegliò, si trovò rotto e pesto nella poltrona dalla quale era partito.
Che cosa era accaduto?
L'autore del lbro non aveva previsto che Ferrucci copulasse con un suo personaggio, sicché il libro, nel cui corredo cromosomico erano contenute le informazioni atte a farlo funzionare, di fronte a un corpo estraneo che voleva introdursi e modificare la fisiologia dell'organismo, si era comportato come il corpo umano attaccato da un virus.
Il libro aveva prodotto un potentissimo anticorpo che aveva espulso Ferrucci senza ucciderlo, perché anche la sua morte (per fortuna) non era prevista dalla sceneggiatura del testo.
"La fantasia letteraria è molto più rigida della realtà e non tollera l'intrusione di elementi estranei" si disse Ferrucci vuotando nel lavandino il flacone di sciroppo che faceva entrare nei libri. "Ho molte più possibilità nella vita reale" concluse mestamente.
[L'immagine 1 è di leo, la 2 dal blog di DianaLove, la 3 di pipopipo21]
.
Nel blog di unovalelaltro, qui, è stata postata una mia foto in cui sono nuda (come mamma mi ha fatto). Non avrei mai voluto che la mia privacy fosse violata in questo modo, ma ormai che il danno è fatto, e la mia immagine è di pubblico dominio, la ripropongo anch'io.
.
Marya desnuda
.
[Il manoscritto di Mia nonna Emilia, come riportato qui, si era ammalato. Per chi voglia udire il precedente post, invece di leggerlo, cassiodorov lo ha recitato nel suo blog: here -
Volendo anche questo può essere solamente ascoltato dalla voce di cassiodorov: qui ]
.
Cercai il documento Word sull'arduo disco... ma... il file non si apriva (questa era facile da immaginare, lo so, lo so!)
Decisi così di reincarnare Mia nonna Emilia in una cassetta magnetica. Presi il radioregistratore Ultrasound Dolby Dick e cominciai a leggere ad alta voce le prime pagine. Pronunciate cinque parole, sentii l'apparecchio emettere uno strano ronzio: il tasto del play prese a vibrare e vibrare finché fece un gran botto e partì a razzo come un tappo di spumante.
La cassetta smise di girare e dai suoi orifizi fuoriuscì una poltiglia marroncina che si sparse dentro e fuori dagli ingranaggi.
Con la videocamera Fast Running Image 8902 il disastro fu ancora più clamoroso. Pochi istanti dopo la messa a fuoco della prima pagina, per poco non andò a fuoco anche il mio occhio sinistro.
La plastica molle del mirino divenne bollente e si liquefece a distanza di tre nanosecondi dal distacco con la mia orbita oculare.
Nello stomaco della videocamera si udì un forte brontolio, poi uscirono rumori simili a poderose scoregge la cui forza eolica, presumo, diede maggiore impulso al sistema d'avvolgimento che prese a girare a guisa di turbina, producendo un sibilo stridente di sirena violentata.
Il terribile lamento finì nel preciso istante in cui la videocassetta si sciolse in lacrimoni neri di rimmel, unendosi, tra la generale combustione dei presenti elementi, in un matrimonio indissolubile con il materiale plastico circostante.
Il tempo trascorreva e la cancrena avanzava. Il titolo era già divorato; quasi tutti i pronomi, gli articoli, i verbi, i sostantivi, erano ormai pressoché illeggibili e fra un po' sarebbero scomparsi anche gli avverbi. Soltanto le congiunzioni, le preposizioni, gli aggettivi e le interiezioni erano ancora immuni dal male.

Cupe visioni apocalittiche oscuravano il mio animo. Come sarebbe sopraggiunta la fine della mia creatura? L'inchiostro, sbiadendo a poco a poco, avrebbe lasciato il corpus esangue... I buchi nella carta sarebbero diventate voragini fino a quando non fosse stato leso un capitolo vitale...
Oppure le piaghe si sarebbero trasformate in funghi cancerosi, divorando il tessuto sano e soffocando il mio romanzo di ampio respiro.
.Ora non restava che...
(continua)
[La foto 1 è di leo, la foto 2 di ombrellina e l'immagine finale di pipopipo21]

[Loreto van de Velde - nhuada]
Aleardo Filarini era un dongiovanni del tipo bastacherespìri-noi-'nabòtta-celadiàm.
Aleardo Filarini incontrò Arnolfa Cesarani dal tabaccaio sotto casa. Mentre uscivano, da un cespuglio bisunto di capelli a triple punte, all'Arnolfa cadde un fermaglio a forma di farfalla.
- Oh grazie, non mi sta mai su - disse Arnolfa ringraziando Filarini che si era piegato a raccogliere il fermaglio.
Arnolfa non era una bellezza; ma raramente gli uomini se ne accorgevano, diremo parafrasando l'incipit di Via col vento. Gli uomini non se ne accorgevano, nel caso di Arnolfa, perché appena la sua sagoma si profilava ai loro occhi distoglievano lo sguardo nell'mpossibilità di sostenerlo.
Tralasciando i momenti di quando lei si guardava allo specchio, è lecito dire che 'na figa così brutta non si era mai vista.
- Che bella farfalla, - disse Aleardo Filarini - lei ama le farfalle?
- O czì - risose Arnolfa che aveva mosce tutte le lettere dell'alfabeto, mica solo la erre.
- Io ho una splendida collezione di farfalle, vuol venire a vederla?
- Sbolentiero - rispose Arnolfa che, attraverso la chiostra di pochi denti gialli e irregolari in cui si salvava dalle otturazioni solo un dente del giudizio spezzato, intendeva dire volentieri.
Aleardo aprì la porta di casa, fece accomodare Arnolfa sul divano e in quel preciso momento, tutte le farfalle della collezione, alla vista di Arnolfa, se ne volarono via in preda al panico.
[Immagini di pipopipo21]
Prologo di erostratos KING al post:
[Un commentatore di Maria Strofa ha bucato, per ritorsione, una gomma all'auto di Edda Gableri]
Ammetto che ho sbagliato.
Pensavo di scrivere questo unico post e di risolverlo con la battuta finale. I romanzi di appendice continuano, ma quello di appendicite continuava per finta! Era solo per fare una battuta.
Macché.. nei commenti è stato un tutto un invito a continuare, come se io avessi pensato a un proseguimento.
Nei limiti della mia popolarità di condominio, mi ritrovo come il povero Conan Doyle che non aveva più giurisdizione su Sherlock Holmes; quando lo fece morire per liberarsene, insorse l'Inghilterra tutta! Doyle dovette riscrivere altre avventure accadute prima della morte del detective.
[Sherlock Holmes fotografato da erostratos mentre si traveste da Paolo Ferrucci]
Il Francesco Cartuscella mi è sfuggito di mano e ora appartiene ai commentatori! Vogliono sapere che cosa è accaduto dopo. Cartuscella non è più mio.
E adesso?... Posso cavarmela mandando un fiore a chi mi ha commentato aggiungendo non volevo continuare, mi spiace, sorry?
Cartuscella l'ho messo al mondo, ma è stato adottato dai commentatori del mio condominio che me l'hanno riaffidato in adozione: portalo a spasso ancora, dicono. Dite!... Volevo scrivere e mo mi tocca fare la baby sitter del VOSTRO Cartuscella!
Obbedisco: obtorto collo ma obbedisco.
Una soluzione semplice sarebbe quella di far morire Cartuscella. Uno scrittore ha potere di vita o di morte; e quando un personaggio non sa più come farlo muovere, lo fa schiattare e bonanotte.
Ma già si è visto quel che accadde a Conan Doyle: e inoltre, se continuazione deve esserci... facciamolo vivere ancora un po' questo Cartuscella prima di farlo sparire.
*
SECONDA PUNTATA del romanzo d'appendicite L'uomo che centrava la tazza del water
Il chirurgo che operò Cartuscella riuscì a salvare lo scrittore, portò a casa la chiavetta USB, lesse il romanzo e se ne innamorò (sia del romanzo sia dello scrittore). Il chirurgo si chiamava Angelica Cherubini. Donna bella, giovane e colta, quando seppe da Cartuscella che cos'era accaduto gli chiese di sposarla.
Cartuscella, che non si fidava più delle donne, esigeva da Angelica continue prove d'amore. Chiese ad Angelica di centrare la tazza del water mentre faceva la pipì: ma lei doveva stare in piedi e pure bendata!
Poi le chiese di sbreccare ogni piatto del servizio di Limoges appartenuto a Maria Antonietta
e, infine, non pago, le chiese di ingoiare il bisturi con cui lei l'aveva operato. Angelica non sopravvisse all'operazione, ma oltre al bisturi ingoiò anche la chiavetta USB.
Cartuscella quando capì che cos'era accaduto, chiese la riesumazione della salma. Purtroppo (o per fortuna) Angelica era stata cremata.
Cartuscella perse il suo romanzo, e per sopravvivere diventò paroliere del cantante Povia. L'ultima sua canzone, dedicata alla chiesa italiana fa così:
Quando i Ruini fanno no
che meraviglia
Quando i Ruini fanno no
l'Italia in culo se lo piglia!
Edda Gableri è stata vista di recente sullo yacht di Briatore. Chissà se riuscirà mai a farglielo ingoiare.
[Fine]
[Fine, sì, ho detto fine]
Mentre ricordo ancora che il nome di Cartuscella è ispirato al blog di PenserEnsuite, qui, ringrazio pipopipo21 per tutte le belle immagini che mi permette di usare.
La foto di Edda Gableri con la gomma bucata da un commentatore del blog di Maria Strofa è tratta dal blog meraviglioso di DianaLove.
- Guardi, non ce la faccio più - disse il barone Rigalberto alla grande scrittrice di romanzi rosa Elettra Montaguti Tamarindo.
Il barone Rigalberto era un personaggio così vivo e così ben tratteggiato che non gli mancava nemmeno la parola. Alla sera, Elettra Montaguti Tamarindo, dopo che aveva finito di scrivere qualche capitolo, si intratteneva in piacevole conversazione con il barone Rigalberto la cui vocina sottile ma chiara usciva dalle pagine dei libri.
- Che cosa c'è, barone? - chiese Elettra Montaguti Tamarindo.
- Io devo fare una cagata - disse senza mezzi termini il barone. - Sono anni che non cago, che lei non mi fa mai cagare. Ciò 'na pancia, se vedesse, che scoppia. Per favore, anche se devo conquistare la duchessa Fanfulla de' Sospiri, non mi interessa. Lei mi faccia cagare anche quando sono a colloquio con lei. Mi faccia scoreggiare, faccia ciò che vuole ma io ho questo desiderio. Non ce la faccio più.
Elettra Montaguti Tamarindo era posta di fronte a un dilemma atroce. O accontentare il barone Rigalberto e fargli fare una bella cagata, o mettere fine alla serie che l'aveva resa l'autrice più famosa di romanzi rosa.
Tutto era nato da quando il critico letterario Alemanno Fantaccini aveva stroncato Elettra Montaguti Tamarindo in un clamoroso articolo del Corriere della Sera. Elettra Montaguti aveva fatto l'errore di leggerlo al Barone Rigalberto. Il brano incriminato recitava così:
Ricchi, coraggiosi, belli e spericolati, è proprio al cesso che gli eroi rosa mostrano tutta la loro vulnerabilità. Negli altri generi letterarii, di qualcunque colore, anche se gli autori tralasciano di indicare quando e quante volte un dato personaggio vada di corpo, noi possiamo rappresentarcelo mentre caga senza che, a cagione di ciò, lui perda un'oncia del suo carisma.
Si pensi a Don Chisciotte, per esempio, a Raskolnikov, Renzo Tramaglino, Sandokan, Enea. Ma anche a Padre Brown o al cardinal Federigo: personaggi che rimangono in odore di santità pur tra l'odore dei sanitari.
Si provi a immaginare, invece, quel che sarebbe degli eroi rosa se li si potesse soltanto sospettare di fare la cacca, di sporcare le mutande, di produrre un colore meno pastello. Non esisterebbero più. Diventerebbero troppo simili ai comuni mortali, ai mariti e ai fidanzati dai quali le lettrici vogliono evadere.
Esposte al sole della realtà, le albine creature rosa si brucerebbero la pelle e l'anima dissolvendosi.
- Duchessa Fanfulla - disse il barone Rigalberto - vorrei l'onore di questo ballo, ma prima se permette... devo fare una cagata pazzesca.
Il barone scoreggiò fragorosamente, sorridendo.
Terminate di scrivere queste parole, Elettra Montaguti Tamarindo mise la parola fine al suo ultimo romanzo. Era anche la fine della sua carriera di scrittrice. Ma Elettra aveva scelto la felicità del barone Rigalberto; per quanto fosse un personaggio letterario, lei aveva avuto la forza di accontentare il suo grande amico e figlio.
[Immagini di pipopipo21]
Ero lì che guardavo il blog Fuffina Fuffosa Micina Pelosa Splinder Com, quando a un certo punto ho avuto una strana visione:
.

.
un senso di vertigine, ho sentito come una specie di restringimento all'addome e, be'... ma non sono finita dentro il blog di Fuffina Fuffosa Micina Pelosa Splinder Com? Con tutto il corpo e i vestiti: baffi compresi.

Fuffina Fuffosa Micina Pelosa Splinder Com era tutto un trionfo di culi e di tette che contornavano poesie come questa:
La mia anima
senti
suggimela
dalla punta delle dita
Non so se era proprio l'anima e la punta delle dita che Fuffina voleva farsi suggere, 'ognimodo io l'ho salutata e le ho detto che ero finita dentro il suo blog, che il suo blog era bello e se c'era un modo per uscirne grazieciào.

Fuffina, senza rispondermi, mi guardava dall'alto al basso.
- Non lo sai che ho più di trecento commenti per post? Tu quanti ne fai Maria Mastrota?
- Io ne faccio una cinquantina, circa.
- Devi far vedere anche tu la tua micina pelosa, Mastrota, e vedrai quanto si innalzano i commenti.
- Fuffina, io già faccio vedere i miei baffi in giro; se dovessi mostrare anche la micina pelosa, ai miei commentatori ci prende un coccolone. E poi direbbero che baro. Sono tutti convinti che abbia un micio invece di una micia!
- Ti piace la mia poesia, Maria Mastrota?
- Ma scherzi, Fuffina? Si sentono echi di Dylan Thomas, riverberi di Baudelaire, e rifrazioni della Dickinson. E c'è pure un magnifico dittongo che ho visto anche in Leopardi. Se vuoi ti scrivo pure un commento. Qualora poi tu mi dicessi come uscire te ne sarei davvero riconoscente.
- Non si esce più da qui. Tu sei come Ulisse: hai voluto viaggiare per i blog? Hai navigato e sei naufragata qui. Io sono la tua maga Circe. Ti trasformo in maialessa e ti costringo a scrivermi una cinquantina di commenti al giorno. Qui c'è un cassetto pieno di avatar. Comincia a lavorare: voglio arrivare a cinquecento commenti per post.
La implorai, le promisi che le avrei regalato la mia collezione di farfalle altoatesine, ma non ci fu niente da fare. Stavo indossando il primo avatar quando tutto si oscurò...
Qualcuno doveva essersi collegato con Fuffina Fuffosa Micina Pelosa Splinder Com proprio nel momento in cui Splinder era in manutenzione. L'odiosa schermata blu alla quale avevo giurato migliaia di cancheri, stavolta, mi salvò la vita.
.
Dal buco nero di Fuffina al buco blu di Splinder: io cominciai a girare a girare e finalmente dopo un lunghissimo volo mi ritrovai ancora seduta alla scrivania.

C'era la mia home page. Chiusi delicatamente la finestra di Fuffina Fuffosa Micina Pelosa Splinder Com.
**
Il disegno vertigo è di hidra, qui il suo divertentissimo blog, che ringrazio moltissimo.
Quando Peter Schlemihl, come riferisce qui Adalbert von Chamisso, perse la sua ombra (fatto ormai arcinoto), in conseguenza della legge fisica che a ogni azione corrisponde sempre una reazione uguale e contraria, apparve sulla Terra un’ombra femminile che non aveva mai avuto un corpo.
"Chi sono, da dove vengo, dove vado?" si chiese l’ombra senza corpo quando ebbe consapevolezza di essere tale.
Nessuno, purtroppo fu mai in grado di risponderle: l’ombra era costretta a vivere di notte perché di giorno spaventava le persone che la vedevano, ma vivendo di notte nessun'altra ombra poteva risponderle.
Provò a capire chi fosse andando in un teatro di ombre cinesi, ma quando apparve, con la sua enorme mole, spaventò il pubblico e le altre ombre creando un fuggifuggi generale. Soltanto l’ombra di un airone si mostrò disponibile a parlarle, ma si trattava di un’ombra cinese di airone che non conosceva una parola di italiano e l’ombra italiana non capiva niente di cinese.
Un giorno si tinse tutta di rosso e andò sul set di tale John Ford che stava girando un film. Dovette scappare alla svelta per non essere trafitta dalle frecce e diventare l’ombra di San Sebastiano.
Cerò anche nei libri e entrò in un libro di Proust, ma della famigerata ombra delle fanciulle in fiore non vide mai nemmeno l’ombra. Provò allora con un libro di Fogazzaro ma questa sortita, per l’ombra, andò assai mal.
Non tralasciò nemmeno il cinema, andando sul set dell'uomo ombra ma lì c'erano soltanto bottiglie vuote di whisky, il cane Asta, e nessun'ombra disponibile.
Si imbarcò sulle navi per vedere se gli ombrinali potessero esserle d’aiuto, entrò nei negozi di cosmetici per parlare con gli ombretti, si inoltrò in tutti gli orti per farsi dire qualcosa dalle ombrellifere, prese secchiate e secchiate di pioggia cercando di interrogare gli ombrofili, andò nella City in cerca di ombrelli, si arrostì al sole delle spiagge per interrogare gli ombrelloni, nuotò nei mari per cercare le ombrine. Nulla e nessuno poté esserle d'aiuto.
Presa dalla disperazione, l’ombra stava per togliersi la vita buttandosi da un ponte quando fu salvata da un ragazzo affetto da ombrofilia. Costui era così innamorato della sua ombra che, per farla felice, cercava per lei una compagna.
L'ombra che non aveva corpo trovò un corpo con cui stare e un'ombra con cui fare all'amore. Il ragazzo le insegnò a confondersi con la sua ombra: l'ombra che non aveva avuto corpo montava sulle spalle dell'altra ombra e cercava di farsi notare il meno possibile.
Se a qualcuno dovesse mai capitare di vedere un ragazzo dall'ombra un po' troppo grande, sappia che in quell'ombra ce ne sono due.
Questo foglio A4 con disegnini originali dell'autore è la sola testimonianza letteraria che ci rimane di Mauriziano Ociciòrnia.
Mauriziano Ociciòrnia (chiamato Mauriziano da genitori reggiani innamorati dell'Ariosto) era accreditato sin da giovane di un grande avvenire letterario. I suoi temi di scuola facevano il giro degli istituti ed erano letti dal Preside davanti a tutte le classi (gli alunni dovevano ascoltarli in piedi).
Memorabile, tra tutti, un suo componimento in cui analizzava l'incoscio dell'orso Yogi sostenendo che Bubu era il doppio di Yogi (non in senso fisico) e che il parco di Yellowstone era la proiezione paradigmatica dell'iperuranio di Platone.
Terminata la scuola superiore, Mauriziano Ociciòrnia decise di scrivere il suo primo romanzo, ma ebbe la sciagurata idea, nel frattempo, di leggere Delitto e castigo, L'idiota , L'adolescente, I demonii, Memorie dal sottosuolo e i Fratelli Karamazov.
Da allora, rimasto folgorato dal grande Fëdor DIOstoevskij, Mauriziano Ociciòrnia non si accontentò più di diventare un grande scrittore italiano: no, benché non conoscesse un solo carattere cirillico, volle diventare un grande scrittore russo.
Il solo foglio di lui che ci è rimasto, appunto, riporta la frase: IO SONO UNO SCRITTORE RUSSO.
Ociciòrnia perse la fidanzata quando insistette a chiamarla Apollinaria Suslova, nome che alla fidanzata Gianna richiamava brutti affari onomatopeici. Passasse per Apollinaria, ma Suslova non c'era verso.
"Io non ti suslo una minchia! Sei uno sporcaccione" gli disse Gianna e lo piantò.
Non diversamente andò con la madre Filomena che Ociciòrnia si ostinava a chiamare babuska (sono la mamma e non il babuska strillava irritata la mamma) mentre il padre Carmelo non ne voleva sapere di essere chiamato starez Zozima, di baciare i piedi a tutti quelli che incontrava e di farsi crescere una barba lunga mezzo metro.
Di Mauriziano Ociciòrnia si sa poco tranne quanto già detto e quanto scritto nel foglio che i genitori mi hanno fatto avere. Chi dice che sia morto in un gulag staliniano, chi sostiene addirittura che Mauriziano scrivesse le poesie per un tale Majakovskij che fungeva soltanto da prestanome.
Se abbia scritto o no qualche libro in russo, dopo avere scritto la frase Io sono uno scrittore russo non ci è dato sapere. Forse un giorno i suoi manoscritti verranno ritrovati: comunque sia, Mauriziano Ociciòrnia, non fosse altro che per quella frase, merita un posticino nella storia della letteratura russa e va accomunato agli scrittori che scrissero in una lingua diversa dalla loro: Conrad, Cioran... e Ociciòrnia, appunto.
Questa biografia biodegradabile è dedicata al blog bilingue, di Liliana Cordovero. Non è un blog bilingue russo-italiano ma spagnolo-italiano.
Trovo straordinario che una persona come Liliana dedichi il suo tempo a scrivere post in italiano-spagnolo: e che con mirabile modestia lo chiami prova di blog bilingue.
Si tratta di post brevi (quelli che io definisco post a misura aurea del blog) ma densi e folgoranti: Borges e Leopardi, post su pittori, sul Don chisciotte, sui luoghi italiani e tanto altro .
Un blog davvero magnifico, qui
E alla fine, per prendere due fave con un piccione (siamo animalisti e i proverbi vanno cambiati), inserisco un'altra meraviglia del francese Leo.
Russia, Francia, Spagna: purché se magna!
Sull'origine e funzione del linguaggio umano, credo che nessuno potrà mai dire la parola definitiva; sicché, quando mi chiedono che cosa io ne pensi, mi limito a raccontare l’esperienza fatta sul pianeta Erodoto da me esplorato ai tempi in cui ero la vice comandante dell’astronave spaziale De Saussure.
Maria scrisse l’incipit del nuovo romanzo:
La marchesa uscì alle sei...
Tutta contenta, telefonò al suo adorato amico Alfiuccio Homais Squillaci per avere un commento.
“Mi spiace” rispose Alfiuccio “ma fa schifo. "E poi... si sa bene che non si può più scrivere una roba del genere.”
“Chi l’ha detto?”
“Lo dice Breton nel Manifesto sul surrealismo riportando un propos di Paul Valéry. Paul Valéry non voleva più imbattersi in romanzi che cominciassero con frasi come La marchesa uscì alle cinque."
“Ma la mia marchesa esce alle sei” obiettò Maria.
“Sarà a causa dell’ora legale” replicò Alfiuccio “Ma che importa? Sei o cinque non fa differenza.”
“E che cosa me ne faccio allora della marchesa? Posso mica tenerla sequestrata in casa. Anche i detenuti hanno un’ora d’aria.”
“Veditela tu con la tua marchesa: io sono d’accordo con Paul Valéry.”
[…]
“Marchesa” disse Maria “non si può uscire né alle cinque né alle sei.”
“Ma io ho un appuntamento con il marchese Bellomo di Pippafratta!” protestò la marchesa.
“Telefoniamogli per avvertirlo... Mi dia il numero... Pronto?... Parlo con il marchese Bellomo di Pippafratta?... La signora marchesa è impossibilitata a uscire oggi. Potrebbe raggiungerla qui da me?”
“Stavo per andare dalla marchesa ma il maggiordomo mi ha detto che secondo un certo Paul Valéry non posso uscire nemmeno io” rispose il marchese Bellomo di Pippafratta.
“Guardi che Paul Valéry parlava di marchesa, non di marchese.”
“Non fa differenza: ogni persona ha una parte femminile e una maschile. Ora, come faccio a fare uscire soltanto la parte maschile tenendo in casa quella femminile? Nei libri accade, ma nella realtà… Mica posso fare il marchese dimezzato di Calvino.”
“Era visconte quello dimezzato, non marchese” disse Maria.
“Visconte o marchese è uguale. Per farlo uscire, Calvino l’ha tagliato a metà: ma io non ci penso proprio a farmi dimezzare. Mi spiace ma non posso uscire.”
“Signora marchesa, il marchese Bellomo di Pippafratta non può uscire nemmeno lui.”
“Vado a fare un pisolino nella mia stanza. Ho una terribile emicrania. Mi porti il tè fra un’ora.”
[…]
Maria entrò nella camera degli ospiti con una mazza da baseball. Guardò la marchesa che stava sonnecchiando e le diede due mazzate sfracellandole un po’ il cranio. La marchesa morì sul colpo: il secondo.
'Mica posso mantenere una marchesa in casa per colpa di Paul Valéry' pensò Maria 'Il mio reddito basta appena per me. E non ho intenzione di far la serva di una marchesa.'
“Pronto, Alfiuccio… passami Paul Valéry che devo dirgli una cosa.”
“E’ uscito alle cinque per andare a casa della marchesa Bellomo di Pippafratta perché lei non poteva uscire.”
"Esco subito anch’io" disse Maria. Erano le cinque e cinque. Prese la mazza da baseball e andò dal marchese Bellomo di Pippafratta; abitandogli molto vicino sapeva che sarebbe arrivata prima di Paul Valéry. 'Voglio fare un regalo al marchese e raccontargli tutto.'
Prima di uscire, cambiò l'incipit del nuovo romanzo:
.
Per la questione relativa alla marchesa delle cinque e Paul Valery, vedere trafiletto a destra, qui.

.
Un anno fa sono rimasta incinta
per quindici giorni.
.
Era un piccoletto ma di quelli che quando scopa
dà colpi così violenti che sembra
voler attraversare la donna da parte a parte
e andare al Polo Sud per schizzare fra i pinguini
invece di venire comodo dentro di me.
Spingi spingi... be'...
ma non mi è entrato dentro completamente?
Non so mica dire come è successo
sì è sentito tipo un rumore forte di sciacquone
poi lui si è catapultato dentro
e gli è rimasto fuori solo il ditone del piede sinistro.
Siccome non potevo estrarlo,
l'ho aiutato a entrare del tutto.
'cazzo spingevi, stronzo?
adesso stattene un po' lì' ho pensato.
Mi è rimasto dentro più di due settimane
e ho saputo che lo cercavano anche a
Chi l'ha visto?
Non mi ha dato troppo fastidio mentre era in pancia
si è sempre comportato in modo educato, devo dire.
Mangiava quel che mangiavo io
e non ha mai eccepito sul servizio.
Tuttavia non ho potuto chiedergli impressioni
a proposito del suo soggiorno.
E' uscito di notte, mentre dormivo.
Se ne è andato in silenzio senza nemmeno salutare.
Non ho mai più saputo niente di lui.
Ero tentata di telefonare a Chi l'ha visto?
E dire che avevo già scelto il nome da dargli
(anche se ne aveva già uno mi pareva molto materno
ribattezzarlo, una volta fuori)
.

.
Le foto sono di Leo
Nel cineblog, qui, è in programmazione il mio nuovo film Un soffio al cuore mi spegne i fiammiferi.

L’altro giorno sono riuscita a vedere il mio angelo custode.
La sua sagoma compariva a intermittenza.
Era seduto sulla vasca da bagno mentre pulivo il bidè.
Se ne stava lì, annoiato, grattandosi il sesso degli angeli.
.
« Ah, ma allora esistete » gli ho detto.
Ha smesso di grattarsi e si è alzato in piedi di scatto.
Nello stesso momento ha richiamato indietro le ali,
come se si vergognasse a farle vedere.
Mi è parso che fossero un po’ sfilacciate.
Aveva una faccia che avrei voluto custodirlo io.
« Mi vedi? » mi ha chiesto.
« Adesso sì, adesso no: come la freccia dei carabinieri. »
« Per Gabriello, allora mi si è scaricata l’aura. Sono finito » ha detto.
« Quando diventiamo visibili è tempo di andare in pensione. »
Si chiamava Greeenazaeelim
che in lingua angelica significa Greeenazaeelim.
Ha fatto in tempo a dirmi poche cose
perché devono averlo sostituito alla svelta.
Prima di me aveva custodito miliardi di persone
ma nessuna che io conosca.
Non vorrei trarre conclusioni,
ma se ti custodisce un angelo sfigato e anonimo,
significa che Lassù non mi tengono in molta considerazione.
« Mi ricordo quando custodivo gli uomini di Neandertal.
Quelli sì che erano tempi » ha sussurrato Greeenazaeelim
prima di scomparire.
Si capisce da questo che era un angelo custode vecchio.
Neandertal non c’entra.
Tutti quelli che dicono ai miei tempi era meglio,
qualunque sia l’epoca, sono perdutamente vecchi.
.

[La foto è del bellissimo blog di Leo]

.
« Ho l'età del Big Bang » mi disse il vecchio.
« Sono tutte idiozie quelle che raccontano gli scienziati.
Il Big Bang è stato quando Dio si è sparato.
Io ero lì e L'ho visto.
Tu sei la seconda persona dopo Nietzsche
a cui ho detto che Dio è morto. »
.
.
C’è stata una lotta tra angeli e cherubini
per prendere il comando.
La mia fazione (io ero un sottangelo) ha perso.
Non riuscivano a eliminarmi.
Mi hanno impiccato, trafitto con spade di fuoco
Satana mi è entrato dal culo e uscito dalla bocca: niente.
.

.
Ero immortale. Dio è riuscito suicidarsi perché può tutto
ma un sottangelo non può morire.
« Togliti dalle palle » mi hanno detto i cherubini.
« Qui comandiamo noi. E se vai per il mondo
ricordati di farci sapere quando vorrai fermarti con l'età.
Scegli l’età che vuoi e noi te la blocchiamo per sempre. »
Arrivai sulla Terra in forma di quindicenne.
Decisi che avrei continuato fino a trentadue
e poi, nel pieno vigore fisico mi sarei fermato per sempre.
A trentadue anni mi innamorai.
Lei era sposata e io mi fissai di aspettarla.
Avevo letto L’amore ai tempi del Colera di Marquez.
L’amore vince sempre, mi son detto.
Ma vaffanculo te, l’amore, e Marquez!
.
.
Il marito di lei non era immortale, no
ma ha resistito fino a settantanove.
Sono morti insieme, lui e lei, cadendo abbracciati dalle scale di casa.
Quando l'ho saputo avrei voluto suicidarmi dal nervoso
ma essendo immortale non potevo.
Non volli fermarmi a trentadue
e vederla invecchiare da sola
così sono andato avanti di età con lei.
Adesso ho ottantadue anni.
Mi sono fermato, sì
ma non mi tira più l’uccello.
Ho i reumatismi dappertutto.
Ho letto tutti i libri come Mallarmé e la carne è stanca.
Mi annoio da morire.
Io sono immortale » disse il vecchio.
.
.
.
[Le foto sono di leo]

.
Avevo fatto leggere qualcosa
a un tale che poi mi aveva presentato un tale:
era uno di quelli che ti fa pubblicare
anche la lista della spesa.
Gli ho dato le poesie
che mi sembravano più buone.
Non sei mica Shakespeare
mi ha detto dopo averne lette due.
Aveva l'aria grave di un dottore
che sta guardando le lastre.
Intanto continuava a leggere.
Non sei mica Shakespeare ha detto facendo
segno che aveva finito.
Ho sorriso triste come per esprimere
che mi dispiaceva dare tanta delusione.
Non sei mica Shakespeare ha
ribadito il critico con uno sguardo
che diventava sempre più critico.
A un certo punto, mi ha fatto capire che
voleva leggermi anche nelle mutande.
Non sono mica Shakespeare gli ho detto
tenendo le mutande indosso.
.

Se ne è andato ingrugnito sbattendo
le poesie sul tavolo.
Che cosa cercava nelle mie mutande?
Il sonetto 155?
Non sono mica Shakespeare.
.
.
[L'opera di Catellan, in alto, mi è stata inviata da oyrad]
è chiarissimo che tuo marito sia saltato fuori da una teiera, di pura fattura mediorientale... bello e impossibile, signora Maria?***